domenica 24 gennaio 2016

NARRATIVA: I GOLOSI

CANTO VI - I GOLOSI

Dante è profondamente turbato dal racconto di Francesca, così perde i sensi e quando si risveglia si ritrova nel terzo cerchio, dove incontra i golosi, che sono sdraiati in un putrido fango sotto una pioggia eterna, mista di acqua, grandine e neve.
Il mostro a guardia di questo cerchio è Cerbero, un altro personaggio mitologico.


Nella mitologia greca, Cerbero era uno dei mostri posti a guardia dell'ingresso dell'Ade, il mondo dell'oltretomba. In tale ruolo lo  troviamo descritto nelle opere di Omero e di Virgilio.

Le sue tre teste di cane simboleggiavano la distruzione del passato, del presente e del futuro: per i morti il tempo non esiste più. il suo compito era imperdire che i vivi potessero entrare negli Inferi e i morti uscirne: nessuno era mai riuscito a domarlo, al'infuori di Ercole in una delle sue dodici fatiche"



 Ercole stesso, una volta morto e disceso nell'Ade, racconterà questo episodio a Ulisse:

"...Ed ero figlio di Zeus Cronide, ma pianto
senza mai fine avevo: a un uomo molto inferiore
dovevo servire, e m'ordinava penose fatiche.
Un giorno quaggiù mi mandò, a prendergli il Cane: niente
pensava sarebbe mai stato più grave di questa fatica!
ma glielo portai, lo tirai fuori dell'Ade:
Ermete mi fu guida, e Atena occhio azzurro"...

(Odissea, XI, 621-627)

Anche Orfeo, disceso negli Inferi alla ricerca di Euridice, incontra Cerbero e riesce ad ammansirlo con il suo canto melodioso.


Enea, invece, lo addormenta con una focaccia soporifera gettata dalla Sibilla nelle fauci della belva.

"...Giunti che furo, il gran Cerbero udiro
Abbajar con tre gole, e 'l bujo regno
Intronar tutto; indi in un antro immenso
Sel vider pria giacer disteso avanti,
Poi sorger , digrignar, rabido farsi,
Con tre colli arruffarsi, e mille serpi
Squassarsi intorno. Allor la saggia maga,
Tratta di mèle e d'incantate biade
Una tal soporifera mistura,
La gittò dentro a le bramose canne.
Egli ingordo, famelico e rabbioso
Tre bocche aprendo, per tre gole al ventre
Trangigiando mandolla, e con sei lumi
Chiusi dal sonno, anzi col corpo tutto
Giacque ne l'antro abbandonato e vinto."

(Eneide, VI, 612-629)


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