Cavourismo e bismarckismo sono due
modelli ora interscambiabili, ora contrapposti. Il generale Govone, inviato a
Berlino nel 1866 per definire con Bismarck l’alleanza militare che avrebbe
portato alla guerra comune contro l’Austria, una volta tornato in Italia dice:
«Bismarck è il nostro Cavour, tutto Cavour in carne ed ossa».
Era passato un anno dalla morte di
Cavour.
Gli eventi italiani del 1859-61 (guerra
franco-piemontese contro l’Austria, acquisizione della Lombardia, aggregazione
al Piemonte delle regioni italiane centrali, la fulminea conquista del
Meridione con la spedizione garibaldina, la proclamazione del Regno d'Italia) avevano lasciato stupiti, ammirati, preoccupati gli
europei.
Soprattutto ne erano affascinati i
tedeschi che avevano un problema nazionale molto simile. Erano infatti divisi
in tanti Stati minori (formalmente uniti in una debole Confederazione) sotto la
pressione egemonica di due Stati forti, tendenzialmente ostili, al nord la
Prussia e al sud l’Austria. Per molti tedeschi la vicenda italiana era
diventata un modello da seguire.
In particolare la figura di Cavour
sollevava incondizionata ammirazione per la straordinaria abilità, energia e
intelligenza nell’aver condotto in porto un’impresa che anni prima era
giudicata semplicemente impossibile.
Era un capolavoro politico che
combinava due risorse: spregiudicato inserimento della questione nazionale
nella dinamica internazionale, anche con il ricorso alle armi, in un gioco di
sponda tra le grandi potenze europee (Francia, Austria, Inghilterra, ma anche
Russia e Prussia) e mantenimento all’interno di una politica fondamentalmente
liberale, parlamentare. Era l’attuazione dell’ideale nazionale liberale: unità
nazionale e libertà politica. Un sogno. L’Italia cavouriana era il modello da
imitare.
È commovente oggi per noi italiani
leggere nella pubblicistica tedesca del tempo l’invito a «fare come in Italia».
Non sarebbe mai più accaduto nei 150 anni successivi!
A questo punto si inserisce il discorso
sulla Prussia e Bismarck: Il regno d’Italia completa la sua unificazione con
l’acquisizione del Veneto e di Roma, con l’aiuto delle vittorie militari
prussiane. Rispettivamente con la battaglia di Sadowa contro l’Austria (1866) -
nonostante le sconfitte italiane a Custoza e Lissa - e la vittoria sui francesi
a Sedan nel 1870.Il risorgimento si conclude grazie alla Prussia di Bismarck. E
non si tratta di un completamento meramente territoriale ma dell’inserimento
dell’Italia nel gioco delle potenze europee. Ma è difficile immaginare «che
cosa avrebbe fatto Cavour». Certamente avrebbe approvato l’alleanza con la
Prussia. Ci sono segni chiari nelle sue ultime riflessioni politiche.
BISMARCK, nel 1862, diventa
presidente dei ministri della Prussia coltivando subito l’intenzione di farne
la potenza egemone della Confederazione tedesca, espellendone l’Austria. Per
cominciare si scontra frontalmente con le forze liberali che non intendono
approvare il costoso rafforzamento dell’esercito prussiano che Bismarck sta
attuando in previsione dello scontro frontale con l’Austria. Per il resto, il
presidente dei ministri prussiano non esita a proclamare davanti ad una
assemblea esterrefatta la sua filosofia politica: «Non con i discorsi e le
risoluzioni prese a maggioranza si decideranno le grandi questione del nostro
tempo - questo è il grande errore del 1848 e del 1849 - ma con il ferro e il
sangue».
CAVOUR non avrebbe mai fatto
un’affermazione del genere, pur non esitando a ricorrere al «ferro e al sangue»
quando era necessario. Ma la sua prospettiva politica era basata - con
convinzione - sui valori del liberalismo, sulle procedure parlamentari e le
risoluzioni «prese a maggioranza» che lui sapeva gestire in maniera
eccezionalmente abile, attirandosi spesso l’accusa di essere un manipolatore
del parlamento se non addirittura un «dittatore democratico».
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