venerdì 7 ottobre 2016

STORIA



Cavourismo e bismarckismo sono due modelli ora interscambiabili, ora contrapposti. Il generale Govone, inviato a Berlino nel 1866 per definire con Bismarck l’alleanza militare che avrebbe portato alla guerra comune contro l’Austria, una volta tornato in Italia dice: «Bismarck è il nostro Cavour, tutto Cavour in carne ed ossa».

Era passato un anno dalla morte di Cavour.
Gli eventi italiani del 1859-61 (guerra franco-piemontese contro l’Austria, acquisizione della Lombardia, aggregazione al Piemonte delle regioni italiane centrali, la fulminea conquista del Meridione con la spedizione garibaldina, la proclamazione del Regno d'Italia) avevano lasciato stupiti, ammirati, preoccupati gli europei.
Soprattutto ne erano affascinati i tedeschi che avevano un problema nazionale molto simile. Erano infatti divisi in tanti Stati minori (formalmente uniti in una debole Confederazione) sotto la pressione egemonica di due Stati forti, tendenzialmente ostili, al nord la Prussia e al sud l’Austria. Per molti tedeschi la vicenda italiana era diventata un modello da seguire.
In particolare la figura di Cavour sollevava incondizionata ammirazione per la straordinaria abilità, energia e intelligenza nell’aver condotto in porto un’impresa che anni prima era giudicata semplicemente impossibile.
Era un capolavoro politico che combinava due risorse: spregiudicato inserimento della questione nazionale nella dinamica internazionale, anche con il ricorso alle armi, in un gioco di sponda tra le grandi potenze europee (Francia, Austria, Inghilterra, ma anche Russia e Prussia) e mantenimento all’interno di una politica fondamentalmente liberale, parlamentare. Era l’attuazione dell’ideale nazionale liberale: unità nazionale e libertà politica. Un sogno. L’Italia cavouriana era il modello da imitare.
È commovente oggi per noi italiani leggere nella pubblicistica tedesca del tempo l’invito a «fare come in Italia». Non sarebbe mai più accaduto nei 150 anni successivi!
A questo punto si inserisce il discorso sulla Prussia e Bismarck: Il regno d’Italia completa la sua unificazione con l’acquisizione del Veneto e di Roma, con l’aiuto delle vittorie militari prussiane. Rispettivamente con la battaglia di Sadowa contro l’Austria (1866) - nonostante le sconfitte italiane a Custoza e Lissa - e la vittoria sui francesi a Sedan nel 1870.Il risorgimento si conclude grazie alla Prussia di Bismarck. E non si tratta di un completamento meramente territoriale ma dell’inserimento dell’Italia nel gioco delle potenze europee. Ma è difficile immaginare «che cosa avrebbe fatto Cavour». Certamente avrebbe approvato l’alleanza con la Prussia. Ci sono segni chiari nelle sue ultime riflessioni politiche.

BISMARCK, nel 1862, diventa presidente dei ministri della Prussia coltivando subito l’intenzione di farne la potenza egemone della Confederazione tedesca, espellendone l’Austria. Per cominciare si scontra frontalmente con le forze liberali che non intendono approvare il costoso rafforzamento dell’esercito prussiano che Bismarck sta attuando in previsione dello scontro frontale con l’Austria. Per il resto, il presidente dei ministri prussiano non esita a proclamare davanti ad una assemblea esterrefatta la sua filosofia politica: «Non con i discorsi e le risoluzioni prese a maggioranza si decideranno le grandi questione del nostro tempo - questo è il grande errore del 1848 e del 1849 - ma con il ferro e il sangue».
CAVOUR non avrebbe mai fatto un’affermazione del genere, pur non esitando a ricorrere al «ferro e al sangue» quando era necessario. Ma la sua prospettiva politica era basata - con convinzione - sui valori del liberalismo, sulle procedure parlamentari e le risoluzioni «prese a maggioranza» che lui sapeva gestire in maniera eccezionalmente abile, attirandosi spesso l’accusa di essere un manipolatore del parlamento se non addirittura un «dittatore democratico».

Nessun commento:

Posta un commento