mercoledì 16 novembre 2016

LETTERATURA

INNOMINATO

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Il personaggio dell’Innominato è collocato in un’atmosfera di misteriosa grandezza; grazie a  una  serie di negazioni («di costui non possiamo dare il nome cognome») e alla carica suggestiva del suo nome, divenuto una leggenda («qualcosa d’irresistibile, di strano, di fa- voloso»), si delinea l’immagine di un uomo dal potere eccezionale, che non accetta limiti di sorta, sia che provengano da altri potenti sia che si tratti di leggi pubbliche, che anzi sembra provar gusto a trasgredire. Il passo che segue descrive la dimora dell’Innominato secondo il punto di vista di don Rodrigo, che si reca da lui a chiedere aiuto per far rapire Lucia: il luogo selvaggio, il castellaccio e le nude stanze arredate solo di armi sono elementi di contorno che preannunciano la personalità feroce e solitaria dell’Innominato, la cui sinistra grandezza non ha chi lo superi (capitolo XX).
Il castello dell’Innominato era a cavaliere a una valle angusta e uggiosa, sulla cima d’un poggio che sporge in fuori da un’aspra giogaia di monti, ed è, non si saprebbe dir bene, se congiunto ad essa o separatone, da un mucchio di massi e di dirupi, e da un andirivieni  di tane e di precipizi, che si prolungano anche dalle due parti. Quella che guarda la valle è la sola praticabile; un pendìo piuttosto erto, ma uguale e continuato; a prati in alto; nelle falde a campi, sparsi qua e di casucce. Il fondo è un letto di ciottoloni, dove scorre un rigagnolo o torrentaccio, secondo la stagione: allora serviva di confine ai due stati. I gioghi opposti, che formano, per dir così, l’altra parete della valle, hanno anch’essi un po’ di falda coltivata; il resto è schegge e macigni, erte ripide, senza strada e nude, meno qualche cespuglio ne’ fessi e sui ciglioni.
Dall’alto del castellaccio, come l’aquila dal suo nido insanguinato, il selvaggio signore dominava all’intorno tutto lo spazio dove piede d’uomo potesse posarsi, e non vedeva mai nessuno al di sopra di sé, più in alto. Dando un’occhiata in giro, scorreva tutto quel recinto, i pendìi, il fondo, le strade praticate dentro. Quella che, a gomiti e a giravolte, saliva al terribile domicilio, si spiegava davanti a chi guardasse di lassù, come un nastro serpeggiante: dalle finestre, dalle feritoie, poteva il signore contare a suo bell’agio i passi di chi veniva, e spianargli l’arme   contro, cento volte. E anche d’una  grossa compagnia, avrebbe potuto, con quella guarnigione di bravi che teneva lassù, stenderne sul sentiero, o farne ruzzolare al fondo parecchi, prima che uno arrivasse a toccar la cima. Del resto, non che lassù, ma neppure nella valle, e neppur di passaggio, non ardiva metter piede nessuno che non fosse ben visto dal padrone del castello. Il birro  poi che vi si fosse lasciato  vedere, sarebbe stato trattato come una spia nemica che venga colta in un accampamento. Si raccontavano le storie tragiche degli ultimi che avevano voluto tentar l’impresa; ma eran già storie antiche; e nessuno de’ giovani si rammentava d’aver veduto nella valle uno di quella razza, vivo, morto.

L’innominato
Era grande, bruno, calvo; bianchi i pochi capelli che gli rimanevano; rugosa la faccia: a prima vista, gli si sarebbe dato più che sessant’anni che aveva; ma il contegno, le mosse, la durezza risentita de’  lineamenti, il lampeggiar sinistro, ma vivo degli occhi, indicavano una forza di corpo e d’animo, che sarebbe stata straordinaria in un giovine.

I dubbi dell'innominato
Già da qualche tempo l'innominato prova un certo fastidio per le sue malefatte e ripensa spesso ai tanti, troppi delitti commessi in passato, che formano un peso sempre più gravoso nella sua memoria; un certo orrore provato nei primi omicidi, e in seguito assopito nella sua coscienza, torna ora a farsi sentire di nuovo, inasprito dal pensiero della vecchiaia e della morte vicina. Il pericolo della morte non l'ha mai fermato nell'affrontare i nemici a viso aperto, ma ora, nella solitudine del suo castello, il pensiero di essere alla fine della sua vita lo riempie di inquietudine ed essa è aggravata dalla consapevolezza di non poter sfuggire a tale destino quando esso verrà. In passato l'abitudine alla ferocia e alla violenza lo aveva aiutato a placare le voci della coscienza, mentre ora rinasce in lui l'idea di un futuro giudizio individuale, e gli sembra di sentire la voce imperiosa di quel Dio che non si è mai preoccupato di negare o di riconoscere, quel Dio che adesso, invece, inizia a manifestarsi dentro di lui. Da giovane ha sempre respinto ogni legge morale come odiosa, mentre ora inizia a credere che essa prima o poi finirà per adempiersi; non ha rivelato a nessuno questo suo nuovo stato d'animo, ha anzi cercato quanto più possibile di nasconderlo, anche se in fin dei conti ha mentito soprattutto a se stesso. Negli ultimi tempi ha cercato di respingere questi pensieri ritrovando la gagliardia e la spensieratezza di un tempo ed è il motivo che lo ha spinto ad accettare tanto risolutamente la proposta di don Rodrigo, anche se ora è quasi tentato di venir meno alla parola data e rinunciare; per chiudere la questione decide di chiamare il Nibbio, il suo luogotenente cui affida le imprese più rischiose, e lo manda subito a Monza per riferire ad Egidio la trama che si sta delineando e chiedere il suo aiuto.

Lucia nella carrozza col Nibbio e i bravi
Lucia è in preda al terrore e inorridita alla vista del volto minaccioso dei suoi rapitori: cerca di divincolarsi e di buttarsi verso lo sportello della carrozza, anche se le mani dei bravi la trattengono con forza sul fondo e le premono il fazzoletto sulla bocca, per soffocare le sue urla. I tre uomini cercano di calmarla dicendole di non volerle fare del male, ma dopo qualche istante, sopraffatta dall'affanno di quella situazione angosciosa, Lucia perde i sensi e uno dei bravi teme che sia morta, anche se il compare è certo che si tratti di un semplice svenimento e che, per uccidere una donna, ci voglia ben altro. Il Nibbio li richiama al loro dovere e ordina di prendere i fucili, tenendoli però ben nascosti per non mostrarli alla giovane e non intimorirla inutilmente, aggiungendo che, quando rinverrà, sarà lui a parlarle e a tenerla ferma.
La carrozza si inoltra in un bosco e poco dopo Lucia rinviene, quindi, dopo essersi resa conto della situazione, tenta di nuovo inutilmente di gettarsi verso lo sportello e poiché caccia un urlo il Nibbio la minaccia di usare ancora il fazzoletto per farla tacere. L'uomo tenta di placarla parlandole con voce calma, anche se la ragazza, terrorizzata, prega i suoi rapitori di lasciarla andare e il Nibbio ribatte che non vogliono ucciderla e che l'hanno rapita perché è stato loro ordinato, anche se ovviamente rifiuta di dire a Lucia chi è il loro mandante. La giovane, tra le lacrime, prega ancora i bravi di lasciarla andare e li esorta a pensare a quanto patirebbero le loro figlie o le loro mogli in una simile situazione, ma gli uomini le dicono che non possono liberarla e non le rivelano il luogo dove la stanno portando, al che la ragazza si rivolge in preghiera a Dio e inizia a sgranare il suo rosario. Lucia alterna in seguito nuovi scongiuri ai suoi rapitori e altri svenimenti, durante il lungo viaggio che dura in tutto più di quattro ore.

L'innominato ordina alla vecchia di accogliere Lucia
Intanto l'innominato attende con una certa inquietudine il ritorno della carrozza al castello, cosa insolita in lui che, in passato, ha decretato la morte di tanti uomini senza un briciolo di esitazione e ora, di fronte al rapimento di una povera contadina, prova dentro di sé un ribrezzo e un terrore sconosciuti. Da una finestra del suo castello osserva uno sbocco della valle e qui vede a un tratto spuntare la carrozza, che avanza lentamente a causa della stanchezza dei cavalli: sente aumentare la sua ansia e vorrebbe quasi ordinare al Nibbio, tramite uno dei suoi bravi, di voltare il passo e raggiungere subito il palazzo di don Rodrigo. Tuttavia un richiamo interiore lo distoglie da quel proposito e, per non attendere senza far nulla, manda a chiamare una vecchia donna che vive nel castello da quando è nata e che è cresciuta nella concezione del potere e della malvagità del suo padrone, quindi con la volontà assoluta di obbedire i suoi ordini. Avvezza ad accettare tutto ciò che avviene in quel luogo funesto, ha sposato uno degli sgherri dell'innominato che è poi rimasto ucciso in un'azione, lasciandola vedova nel castello ad occuparsi degli altri bravi (la donna rattoppa i loro cenci, prepara da mangiare e cura alla meglio i feriti, ricevendo in cambio insulti e improperi cui lei solitamente risponde in modo ancor più feroce e irridente).
Appena la vecchia giunge dal padrone, questi le indica la carrozza che si avvicina al castello e le ordina di allestire subito una portantina e di farsi portare alla Malanotte, badando di arrivare prima della carrozza: in essa c'è (o ci dovrebbe essere) una giovane, quindi la vecchia dovrà ordinare al Nibbio di metterla sulla portantina e di venire subito dall'innominato, mentre la donna dovrà accompagnare la ragazza al castello e condurla nella sua camera. L'uomo raccomanda alla vecchia di non rivelare il suo nome alla giovane e, soprattutto, le ordina di farle coraggio: la vecchia sembra non capire cosa debba dire alla prigioniera, al che l'innominato si irrita e le ingiunge di dire alla ragazza le parole che lei stessa vorrebbe sentire in un simile frangente, mandandola poi via con impazienza. La vecchia corre ad eseguire gli ordini e l'innominato, rimasto solo, guarda per un po' la carrozza dalla finestra e poi inizia a percorrere la stanza a passi nervosi.

L'innominato parla col Nibbio
Intanto l'innominato è in piedi alla porta del castello e guarda la portantina avanzare, mentre il Nibbio la precede a passi rapidi e in breve raggiunge il padrone, appartandosi con lui in una sala all'interno della fortezza. Il bravo fa il suo rapporto sull'azione compiuta, sottolineando che tutto si è svolto secondo i piani, anche se, ammette, avrebbe preferito uccidere Lucia anziché vederla in viso e sentirla parlare: l'innominato chiede spiegazioni e il Nibbio afferma che la giovane gli ha ispirato compassione
Tutto a puntino,» rispose, inchinandosi, il Nibbio: «l'avviso a tempo, la donna a tempo, nessuno sul luogo, un grido solo, nessun comparso, il cocchiere pronto, i cavalli bravi, nessun incontro: ma...»
«Ma che?»
«Ma... dico il vero, che avrei avuto più caro che l'ordine fosse stato di darle un'archibugiata nella schiena; senza sentirla parlare, senza vederla in volto.»
«Che? che? che vuoi tu dire?»
«Voglio dire che tutto quel tempo, tutto quel tempo... Mi ha fatto troppa compassione.»
«Compassione! Che sai tu di compassione? Che cosa è compassione?»
«Non l'ho mai capito così bene come questa volta: è una storia la compassione un po' come la paura: se uno le lascia pigliar possesso, non è più uomo.»
«Sentiamo un po' come ha fatto costei per muoverti a compassione.»
«O signore illustrissimo! tanto tempo...! piangere, pregare, e far certi occhi, e diventar bianca bianca come morta, e poi singhiozzare, e pregar di nuovo, e certe parole...»
– Non la voglio in casa costei, – pensava tra sè intanto l'innominato. – In mal punto mi sono impegnato; ma ho promesso, ho promesso. Quando sarà lontana... – E levando la faccia in atto imperioso verso il Nibbio, «ora,» gli disse, «metti da parte la compassione: monta a cavallo, piglia un compagno, due se vuoi; e va, va, fin che sii giunto a casa di quel don Rodrigo, tu sai. Digli che mandi tosto... ma tosto, perchè altrimenti...»
Ma un altro no interno più imperioso del primo gl'inibì di finire. «No,» disse con voce risoluta, quasi per esprimere a sè stesso il comando di quella voce segreta. «No: va riposa; e domattina... farai quello che ti dirò!»
– Un qualche demonio ha costei dalla sua, – pensava poi, rimaso solo, in piede, colle braccia incrocicchiate sul petto, e col guardo immoto sur una parte del pavimento, dove il raggio della luna, entrando da una finestra elevata, disegnava un quadrato di luce pallida tagliata a scacchi dalle grosse sbarre di ferro, e frastagliata più minutamente dai piccioli compartimenti delle vetriere. – Un qualche demonio, o... un qualche angiolo che la protegga... Compassione al Nibbio!... Domattina, domattina per tempo, fuori di qui costei; al suo destino: e non se ne parli più, e, – proseguiva seco stesso, con quell'animo con cui si fa un comandamento ad un ragazzo indocile, sapendo che non obbedirà, – e non ci si pensi più. Quell'animale di don Rodrigo non mi venga a rompere il capo con ringraziamenti; che... non voglio più sentir parlare di costei. L'ho servito perchè... perchè ho promesso: e ho promesso, perchè... è il mio destino. Ma voglio che me lo paghi bene questo servizio colui. Vediamo un po'... –
E voleva ghiribizzare qualche opera scabrosa da imporre a don Rodrigo per compenso, e quasi per pena; ma gli si venner di nuovo a gittar per traverso alla mente quelle parole: compassione al Nibbio! – Come dee aver fatto costei? – continuava, strascinato da quel pensiero. – Voglio vederla. Eh no. Sì, voglio vederla. –

L'innominato va da Lucia
L'innominato continua a pensare alla compassione ispirata da Lucia al Nibbio ed è preso dal desiderio di vederla, perciò si reca a passi rapidi alla camera della vecchia dove la giovane è tenuta prigioniera. Giunge alla porta e bussa con un calcio, al che la vecchia corre ad aprire e il bandito si affaccia sulla soglia, vedendo Lucia rannicchiata a terra in un punto lontano dalla porta: irritato, l'uomo rimprovera la vecchia per aver lasciato la ragazza in quelle condizioni, ma la donna si difende dicendo che Lucia si è messa dove ha voluto e che lei non ha mancato di farle coraggio. L'innominato ordina con voce severa a Lucia di alzarsi, anche se la giovane non si muove e resta tremante con la testa tra le mani, ancor più spaventata dall'arrivo di quell'uomo; egli rinnova l'invito dicendole che non intende farle del male, al che Lucia si scuote e si inginocchia a mani giunte di fronte al bandito, invitandolo a ucciderla. L'innominato torna a dire che non vuol farle del male e Lucia si lamenta del fatto di essere stata rapita
- V'hanno forse maltrattata? Parlate.
- Oh maltrattata! M'hanno presa a tradimento, per forza! perché? perché m'hanno presa? perché son qui? dove sono? Sono una povera creatura: cosa le ho fatto? In nome di Dio...
- Dio, Dio, - interruppe l'innominato: - sempre Dio: coloro che non possono difendersi da sé, che non hanno la forza, sempre han questo Dio da mettere in campo, come se gli avessero parlato. Cosa pretendete con codesta vostra parola? Di farmi...? - e lasciò la frase a mezzo.
- Oh Signore! pretendere! Cosa posso pretendere io meschina, se non che lei mi usi misericordia? Dio perdona tante cose, per un'opera di misericordia! Mi lasci andare; per carità mi lasci andare! Oh! lei che può comandare, dica che mi lascino andare! M'hanno portata qui per forza. Perché lei mi fa patire? Mi faccia condurre in una chiesa. Pregherò per lei, tutta la mia vita. Cosa le costa dire una parola? Oh ecco! vedo che si move a compassione: dica una parola, la dica. Dio perdona tante cose, per un'opera di misericordia!

La notte angosciosa di Lucia: il voto di verginità
Lucia rimane immobile nella semi-oscurità, con il volto nascosto tra le mani e raggomitolata su se stessa, in preda a uno stato intermedio tra la veglia e un sonno popolato da torbide immagini e pensieri. Dopo un lungo periodo di angoscia, in cui passa dalla coscienza della sua situazione alla paura per l'incerto avvenire, la ragazza cade a terra stremata e sembra addormentarsi, anche se subito dopo si scuote per riprendere padronanza di sé: tende l'orecchio e sente il russare regolare della vecchia, mentre la luce incerta del lucignolo che sta per spegnersi getta ombre sinistre e confuse sugli oggetti della stanza. Riacquista così piena coscienza della sua terribile situazione e si rammenta di tutto ciò che è successo nella giornata, provando una tale angoscia che desidera di morire; poi però è presa da una nuova volontà di preghiera e, riguadagnando speranza, prende la corona del rosario e inizia a sgranarlo recitando sottovoce le orazioni, mentre poco a poco sente nascere in cuore una nuova, indeterminata fiducia.
A un tratto Lucia si rende conto che forse le sue preghiere sarebbero più facilmente accolte se promettesse qualcosa in cambio e poiché si rende conto che ciò che ha o ha avuto di più caro è l'amore per
Renzo, decide di fare sacrificio di esso con un voto alla Madonna. Si alza da terra e si inginocchia sul pavimento, con le mani giunte da cui pende la corona del rosario, quindi solleva gli occhi al cielo e chiede a Maria di salvarla da questo pericolo facendola tornare dalla madre, promettendo in cambio di restare vergine e di rinunciare a sposare Renzo, proposito per il quale pronuncia un voto solenne. In seguito la giovane si mette il rosario intorno al collo e si siede a terra, sentendo nascere dentro di sé una nuova e più profonda tranquillità, specie ripensando alle parole dell'innominato che le ha detto "domattina" e che lei ora interpreta come una promessa di salvezza. Stremata da tante emozioni, alla fine si addormenta quando ormai sta spuntando il giorno e con il nome di Maria tra le labbra.

La notte angosciosa dell'innominato: il pensiero del suicidio
Anche l'innominato vorrebbe dormire come Lucia, in un'altra stanza del suo castello, tuttavia non vi riuscirà per tutta la notte.
– Che sciocca curiosità da feminetta, – pensava egli, – m'è venuta di vederla? Ha ragione quel bestione del Nibbio; uno non è più uomo; è vero, non è più uomo!... Io?... Io non son più uomo, io? Che cosa è stato? Che diavolo m'è venuto addosso? Che c'è di nuovo? Non lo sapeva io prima d'ora che le donne guaiscono? Guaiscono anche gli uomini alle volte, quando non si possono rivoltare. Che diavolo! Non ho io mai inteso piagnucolar femine? –
Cerca  di scuotersi al pensiero che spesso, nella sua vita scellerata, ha sentito donne piangere e talvolta anche uomini…  Questi ricordi però non gli ridanno affatto coraggio né lo spingono a terminare l'impresa cominciata, anzi gli inducono nell'animo una specie di oscuro terrore, una sorta di pentimento di cui si rammarica e prova grande vergogna
– È viva costei, – diceva: – è qui; sono a tempo; le posso dire: andate, rallegratevi; posso veder quella faccia mutarsi, le posso anche dire: perdonatemi... Perdonatemi? Io domandar perdono? ad una femina? Io...! Ah, eppure! se una parola, una parola tale mi potesse far bene, togliermi da dosso un po' di questa diavoleria, la direi; eh! sento, che la direi. A che son ridotto! Non son più uomo, non son più uomo!... Via! – disse poi, Passerà anche questa.–
E per farla passare, andò cercando col pensiero qualche cosa importante, qualcuna di quelle cose che solevano occuparlo fortemente, onde applicarlo tutto ad essa; ma non ne trovò. Tutto gli appariva mutato: ciò che altre volte stimolava più fortemente i suoi desiderii, ora non aveva più nulla di desiderabile: la passione, come un cavallo divenuto tutt'ad un tratto restìo per un'ombra appresa, non voleva più andare innanzi. Pensando alle imprese avviate e non compiute, invece di animarsi al compimento, invece d'irritarsi degli ostacoli, (chè l'ira in quel momento gli sarebbe sembrata soave) egli sentiva una tristezza, quasi uno sgomento dei passi già fatti. …
– La libererò, sì; appena spunti il giorno, correrò da lei, e le dirò: andate, andate. La farò accompagnare... E la promessa? E l'impegno? E don Rodrigo?... Chi è don Rodrigo? –
Afferra una pistola dalla parete accanto al letto ed è sul punto di uccidersi, quando pensa al suo cadavere che verrebbe trovato il giorno dopo e allo scompiglio nel castello, alla gioia dei suoi nemici e di chi gli sopravvivrà; suicidarsi nel buio della notte gli sembra un'azione vile e continua ad alzare e abbassare il cane della pistola, mentre lo assale anche il pensiero angoscioso che, forse, quella vita dopo la morte di cui gli hanno parlato da bambino e che lui ha sempre disprezzato, esiste davvero.

L’innominato e il cardinale Borromeo
Un bravo informa l'Innominato che i villaggi vicini sono in festa per la visita del vescovo. Rimasto solo, il nobile si interroga sui motivi che spingono a festeggiare l'arrivo di quell'uomo. Poi, spinto dal desiderio di ascoltare parole di consolazione, decide di recarsi a colloquio con lui. Prima di scendere in paese egli passa a far visita a Lucia, sua prigioniera.
Trovandola addormentata, ordina alla vecchia di farle nuovamente coraggio, poiché egli farà tutto ciò che ella vorrà. L'Innominato giunge in paese tra lo stupore e il timore della gente, che non lo ha mai visto senza un seguito di bravi. Fattosi indicare il luogo ove poter trovare il cardinale, vi si reca, seminando inquietudine tra i sacerdoti lì raccolti e nell'animo del cappellano al quale egli chiede di poter vedere il vescovo.
Avvertito dal cappellano dell’insolita e pericolosa visita, il cardinale Federigo, nonostante gli avvertimenti del religioso, accetta senza esitazione di vedere l’uomo. L’Innominato viene così subito introdotto nella stanza dove si trova il cardinale, ma rimane in silenzio, combattuto tra la vergogna per la sua umile posizione, per lui nuova, ed il desiderio di sfogarsi e trovare sollievo al tormento personale. Capita a prima vista la condizione del suo ospite, Federigo rompe il ghiaccio, ringrazia l’Innominato della visita
- Oh! - disse: - che preziosa visita è questa! e quanto vi devo esser grato d'una sì buona risoluzione; quantunque per me abbia un po' del rimprovero!
- Rimprovero! - esclamò il signore maravigliato, ma raddolcito da quelle parole e da quel fare, e contento che il cardinale avesse rotto il ghiaccio, e avviato un discorso qualunque.
- Certo, m'è un rimprovero, - riprese questo, - ch'io mi sia lasciato prevenir da voi; quando, da tanto tempo, tante volte, avrei dovuto venir da voi io.
- Da me, voi! Sapete chi sono? V'hanno detto bene il mio nome?
- Lasciate, - disse Federigo, prendendola con amorevole violenza, - lasciate ch'io stringa codesta mano che riparerà tanti torti, che spargerà tante beneficenze, che solleverà tanti afflitti, che si stenderà disarmata, pacifica, umile a tanti nemici.
- È troppo! - disse, singhiozzando, l'innominato. - Lasciatemi, monsignore; buon Federigo, lasciatemi. Un popolo affollato v'aspetta; tant'anime buone, tant'innocenti, tanti venuti da lontano, per vedervi una volta, per sentirvi: e voi vi trattenete... con chi!
- Lasciamo le novantanove pecorelle, - rispose il cardinale: - sono in sicuro sul monte: io voglio ora stare con quella ch'era smarrita.
Così dicendo, stese le braccia al collo dell'innominato; […]
L'innominato, sciogliendosi da quell'abbraccio, si coprì di nuovo gli occhi con una mano, e, alzando insieme la faccia, esclamò: - Dio veramente grande! Dio veramente buono! io mi conosco ora, comprendo chi sono; le mie iniquità mi stanno davanti; ho ribrezzo di me stesso; eppure...! eppure provo un refrigerio, una gioia, sì una gioia, quale non ho provata mai in tutta questa mia orribile vita!
L’Innominato racconta così al cardinale Federigo del rapimento di Lucia. Saputo il paese di origine della ragazza, il religioso, per non perdere tempo, fa subito chiamare il cappellano e gli ordina di convocare il parroco del paese in cui si trovano e quello del paese di Lucia, Don Abbondio.

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