martedì 21 febbraio 2017

STORIA



HITLER
Hitler, Adolf (nato in  Austria nel 1889 – morto a Berlino nel 1945), uomo politico tedesco di origine austriaca, cancelliere del regime nazista, fu l’artefice di uno dei più compiuti stati totalitari che la storia del XX secolo abbia conosciuto e dello sterminio pianificato di sei milioni di ebrei.
Figlio di un modesto funzionario delle dogane austriaco, Hitler non fu mai uno studente brillante e non portò mai a termine gli studi della scuola secondaria, ma eccelleva in disegno ed educazione fisica. Proprio per questo motivo tentò più volte di far parte della scuola di Belle Arti di Vienna, ma non vi riuscì. Rimase per diverso tempo nella capitale cercando di guadagnarsi da vivere vendendo i suoi “dipinti” con l’aiuto di un suo amico ebreo. I suoi disegni non riscuotevano successo, forse per i volti dei suoi soggetti che sembravano vuoti. Si dice che Hitler non accettava il fatto che i suoi ritratti fossero privi di qualsiasi forma di talento artistico, così accusò il suo amico di tenersi tutto il denaro e di avergliene dato solo una minima parte.
Fu a Vienna, dove visse tra il febbraio 1908 ed il maggio 1913, che Hitler iniziò ad avvicinarsi all'antisemitismo, un'ossessione che avrebbe governato la sua vita e sarebbe divenuta la chiave di molte delle sue azioni successive.  L'antisemitismo era profondamente insito nella cultura cattolica del sud della Germania, nella quale Hitler era cresciuto. Vienna aveva una grossa comunità ebraica, comprendente molti ebrei ortodossi dell'Europa orientale. Hitler in seguito ricordò il suo disgusto nell'incontrare gli ebrei viennesi. In quegli anni era stampata una rivista zeppa di teorie e tesi antisemite dal nome di "Ostara", che pure Hitler risulta leggesse alla sera al dormitorio comunale, come testimoniarono alcuni suoi compagni di camera.
A Vienna Hitler acquisì il credo nella superiorità della razza ariana, che formò le basi delle sue idee politiche; arrivò a credere che gli ebrei fossero i nemici naturali degli "ariani", e fossero anche in qualche modo responsabili per la sua povertà e incapacità di ottenere il successo che credeva di meritare.
Quando giunse al potere, cercò di dare al popolo tedesco un’immagine idealizzata della sua persona, quasi priva di ogni segno di umanità. Si faceva ritrarre come l’uomo perfetto (non voleva mai essere fotografato con gli occhiali da lettura): un uomo che dedicava anima e corpo al suo paese. Forse fu proprio per questo che aspettò la fine per sposarsi con Eva Braun, infatti solo le persone più in confidenza sapevano della loro relazione, che venne a galla alla fine della guerra. Inoltre nascose il proprio passato che era per lui oggetto di vergogna: cambiava dei dati, cancellava tracce e non parlava mai delle sue origini familiari; Hitler era figlio illegittimo, e per questo da giovane utilizzò il cognome della madre, Schicklgruber. Nel 1876 adottò legalmente il cognome del padre naturale (che però non lo riconobbe mai finché fu in vita), trasformandolo da Hiedler (o Hüttler) in Hitler. In seguito i suoi avversari politici fecero circolare delle voci che insinuavano che Hitler fosse di origine ebrea: dopo che Maria Teresa d'Austria aveva dato la cittadinanza piena agli ebrei che si convertivano al cattolicesimo, essi usavano tradurre i loro cognomi ebraici in tedesco, e Schicklgruber era un cognome comune tra gli ebrei convertiti.
Inoltre, una diversa fonte afferma che Hitler non sapesse con certezza chi fosse stato suo nonno. Le voci che affermavano che egli fosse per un quarto ebreo sarebbero dovute al fatto che sua nonna sarebbe rimasta incinta del padre di Adolf mentre era al servizio di una famiglia ebrea a Graz, in Austria. Il datore di lavoro di Maria (mai identificato storicamente), inoltre, le avrebbe corrisposto una cifra mensile per il mantenimento del figlio fino alla maggiore età. Tuttavia, di tali presunti versamenti non esiste alcuna prova. Adolf adottò il proprio cognome "Hitler" come nome d'arte quando dipingeva.
La prima guerra mondiale, iniziata nel 1914, rappresentò un punto di svolta nella vita di Hitler. Egli combatté nell’esercito tedesco e fu ferito due volte in battaglia. Alla fine della guerra, quando era ancora ricoverato in ospedale per intossicazione, si convinse che la sconfitta della Germania era stata causata dagli ebrei e decise di entrare in politica per salvare il paese dalla loro influenza. In contatto con numerosi gruppi politici nazionalisti tedeschi, si unì infine al Partito Tedesco dei Lavoratori, del quale condivideva l’odio per gli ebrei e l’amore per la patria.
Grazie alla sua capacità di parlare in pubblico, in poco tempo guadagnò un’incredibile popolarità, tanto che il 24 febbraio del 1920, ben 2.000 persone parteciparono a un raduno del suo partito, che prima raccoglieva solo poche decine di sostenitori. Fu allora che decise di cambiare il nome del partito in Partito Nazionalsocialista Tedesco dei Lavoratori, presto abbreviato in Partito nazista, del quale divenne il leader.
L’8 novembre 1923, con l’aiuto dei membri del suo partito, Hitler tentò di rovesciare il governo con un colpo di stato, ma il tentativo fallì ed essi furono arrestati e condannati. In prigione scrisse la sua autobiografia, dal titolo Mein Kampf (“La mia battaglia”), dove spiegava l’ideologia nazista e la teoria della superiorità della razza ariana.



Al centro della teoria di Hitler sta l'idea della razza. Tutta la storia, dice Hitler nel suo libro "Mein Kampf" (1925), è solo espressione dell'eterna lotta tra le razze per la supremazia. La guerra è l'espressione naturale e necessaria di questa lotta in cui il vincitore, cioè la razza più forte, ha il diritto di dominare. L'unico scopo dello stato è mantenere sana e pura la razza e creare le condizioni migliori per la lotta per la supremazia, cioè per la guerra. E la guerra è l'unica cosa che può dare un senso più nobile all'esistenza di un popolo. Di tutte le razze quella cosiddetta "ariana" o "nordica" è, secondo Hitler, la più creativa e valorosa, in fondo l'unica a cui spetta il diritto di dominare il mondo.
Tradotto nella realtà questo significava per Hitler prima l'unificazione del continente europeo sotto il dominio della nazione tedesca, per cercare poi nuovo spazio vitale all'est, cioè in Polonia e in Russia. Ma questo doveva essere, come scrive Hitler, solo il preludio dell'ultima grande sfida, dello scontro finale contro gli Stati Uniti. É un fatto singolare e molto significativo, che l'andamento reale della seconda guerra mondiale rispecchia quasi esattamente questa teoria, che Hitler aveva sviluppato 14 anni prima dell'inizio della guerra. É un esempio lampante della testardaggine con cui Hitler seguiva le proprie idee e cercava di applicarle a tutti i costi, una caratteristica che si nota spesso in lui.
Ci sono numerose contraddizioni e imprecisioni nella teoria razziale di Hitler. Già il concetto di base, la "razza ariana", è un'assurdità storica. Inoltre Hitler confonde spesso "razza" con "popolo" o "nazione", confonde i concetti "tedesco", "germanico" e "ariano". Ma probabilmente tutto questo non è molto importante per Hitler, dato che alcuni capitoli più avanti scrive con molta franchezza "la propaganda non ha il compito di essere vera, ha invece l'unico compito di essere efficace."
Infatti, questa propaganda doveva rivelarsi molto efficace. Sicuramente al disoccupato faceva piacere sentire che in fondo non era un piccolo disgraziato ma uno che apparteneva a una razza superiore. Parlando del suo futuro Reich Hitler promette : "Essere uno spazzino in un tale Reich sarà onore più alto che essere un re in uno stato estero".
L'antisemitismo
Il secondo elemento fondamentale è l'antisemitismo. Per Hitler gli ebrei non sono una comunità religiosa, ma una razza, e cioè la razza che vuole rovinare tutte le altre. Mescolandosi con gli altri popoli, gli ebrei cercano di imbastardirli, distruggendo la purezza della razza e eliminando così la loro forza, necessaria per la lotta per la supremazia. L'ebreo è il nemico più pericoloso, è cattivo fino in fondo. Hitler dice : "Gli Ebrei sono come i vermi che si annidano nei cadaveri in dissoluzione." L'antisemitismo diventa in Hitler una vera e propria ossessione. Pacifismo, marxismo, la democrazia, il pluralismo, persino il capitalismo internazionale e la "Lega dei popoli", predecessore del ONU, tutto questo è  risultato del lavoro distruttivo e sotterraneo degli ebrei.  Hitler: "L'Ebreo è colui che avvelena tutto il mondo. Se l'ebreo dovesse vincere, allora sarà la fine di tutta l'umanità, allora questo pianeta sarà presto privo di vita come lo era milioni di anni fa."
Oggi queste parole suonano decisamente ridicole, e anche all'epoca molti le ritenevano tali e vedevano in esse solo uno strumento politico per incanalare la rabbia del popolo su un capro espiatorio. Ma l'odio di Hitler contro gli ebrei non era solo strumento politico, era reale con tutto il suo evidente anacronismo e la sua irrazionalità. Gli orrendi eventi degli anni 1940-1945, quando l'antisemitismo non poteva più servire come strumento politico, lo dimostrano in modo spaventoso. E nella lotta contro gli ebrei Hitler si vede come pioniere di tutta l'umanità: Nell’ aprile del 1945, quando Hitler presagiva già la propria fine, detta al suo segretario: "Un giorno si ringrazierà il Nazionalsocialismo del fatto che io ho annientato gli ebrei in Germania e in tutta l'Europa centrale".

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