HITLER
Hitler, Adolf (nato in Austria nel 1889 – morto a Berlino nel
1945), uomo politico tedesco di origine austriaca, cancelliere del regime
nazista, fu l’artefice di uno dei più compiuti stati totalitari che la storia
del XX secolo abbia conosciuto e dello sterminio pianificato di sei milioni di ebrei.
Figlio di un modesto funzionario delle dogane
austriaco, Hitler non fu
mai uno studente brillante e non portò mai a termine gli studi della scuola
secondaria, ma eccelleva in disegno ed educazione fisica. Proprio per questo
motivo tentò più volte di far parte della scuola di Belle Arti di Vienna, ma
non vi riuscì. Rimase per diverso tempo nella capitale cercando di guadagnarsi
da vivere vendendo i suoi “dipinti” con l’aiuto di un suo amico ebreo. I suoi disegni
non riscuotevano successo, forse per i volti dei suoi soggetti che sembravano
vuoti. Si dice che Hitler non accettava il fatto che i suoi ritratti fossero
privi di qualsiasi forma di talento artistico, così accusò il suo amico di
tenersi tutto il denaro e di avergliene dato solo una minima parte.
Fu a Vienna,
dove visse tra il febbraio 1908 ed il maggio 1913, che Hitler iniziò ad
avvicinarsi all'antisemitismo, un'ossessione che avrebbe
governato la sua vita e sarebbe divenuta la chiave di molte delle sue azioni
successive. L'antisemitismo era
profondamente insito nella cultura cattolica
del sud della Germania, nella quale Hitler era cresciuto. Vienna aveva una
grossa comunità ebraica, comprendente molti ebrei ortodossi dell'Europa orientale. Hitler
in seguito ricordò il suo disgusto nell'incontrare gli ebrei viennesi. In
quegli anni era stampata una rivista zeppa di teorie e tesi antisemite dal nome
di "Ostara",
che pure Hitler risulta leggesse alla sera al dormitorio comunale, come
testimoniarono alcuni suoi compagni di camera.
A Vienna
Hitler acquisì il credo nella superiorità della razza ariana,
che formò le basi delle sue idee politiche; arrivò a credere che gli ebrei
fossero i nemici naturali degli "ariani", e fossero anche in qualche
modo responsabili per la sua povertà e incapacità di ottenere il successo che credeva
di meritare.
Quando
giunse al potere, cercò di dare al popolo tedesco un’immagine idealizzata della
sua persona, quasi priva di ogni segno di umanità. Si faceva ritrarre come
l’uomo perfetto (non voleva mai essere fotografato con gli occhiali da lettura):
un uomo che dedicava anima e corpo al suo paese. Forse fu proprio per questo
che aspettò la fine per sposarsi con Eva Braun, infatti solo le persone più in
confidenza sapevano della loro relazione, che venne a galla alla fine della
guerra. Inoltre nascose il proprio passato che era per lui oggetto di vergogna:
cambiava dei dati, cancellava tracce e non parlava mai delle sue origini
familiari; Hitler era figlio illegittimo, e per
questo da giovane utilizzò il cognome della madre, Schicklgruber. Nel 1876 adottò legalmente il
cognome del padre naturale (che però non lo riconobbe mai finché fu in vita),
trasformandolo da Hiedler (o Hüttler) in Hitler. In seguito i suoi avversari
politici fecero circolare delle voci che insinuavano che Hitler fosse di
origine ebrea: dopo che Maria Teresa d'Austria aveva dato la
cittadinanza piena agli ebrei che si convertivano al cattolicesimo,
essi usavano tradurre i loro cognomi ebraici in tedesco, e Schicklgruber era un
cognome comune tra gli ebrei convertiti.
Inoltre, una
diversa fonte afferma che Hitler non sapesse con certezza chi fosse stato suo
nonno. Le voci che affermavano che egli fosse per un quarto ebreo sarebbero
dovute al fatto che sua nonna sarebbe rimasta incinta del padre di Adolf mentre
era al servizio di una famiglia ebrea a Graz, in Austria. Il
datore di lavoro di Maria (mai identificato storicamente), inoltre, le avrebbe
corrisposto una cifra mensile per il mantenimento del figlio fino alla maggiore
età. Tuttavia, di tali presunti versamenti non esiste alcuna prova. Adolf
adottò il proprio cognome "Hitler" come nome d'arte quando dipingeva.
La prima guerra mondiale,
iniziata nel 1914, rappresentò un punto di svolta nella vita di Hitler. Egli
combatté nell’esercito tedesco e fu ferito due volte in battaglia. Alla fine
della guerra, quando era ancora ricoverato in ospedale per intossicazione, si
convinse che la sconfitta della Germania era stata causata dagli ebrei e decise
di entrare in politica per salvare il paese dalla loro influenza. In contatto
con numerosi gruppi politici nazionalisti tedeschi, si unì infine al Partito
Tedesco dei Lavoratori, del quale condivideva l’odio per gli ebrei e l’amore
per la patria.
Grazie alla sua capacità
di parlare in pubblico, in poco tempo guadagnò un’incredibile popolarità, tanto che il 24 febbraio
del 1920, ben 2.000 persone parteciparono a un raduno del suo partito, che
prima raccoglieva solo poche decine di sostenitori. Fu allora che decise di
cambiare il nome del partito in Partito Nazionalsocialista Tedesco dei
Lavoratori, presto abbreviato in Partito
nazista, del quale divenne il leader.
L’8 novembre 1923, con
l’aiuto dei membri del suo partito, Hitler tentò di rovesciare il governo con
un colpo di stato, ma il
tentativo fallì ed essi furono arrestati e condannati. In prigione scrisse la
sua autobiografia, dal titolo Mein
Kampf (“La mia battaglia”), dove spiegava l’ideologia nazista e la teoria della superiorità della razza ariana.
Al centro della teoria di Hitler sta
l'idea della razza. Tutta la storia, dice Hitler nel suo libro "Mein
Kampf" (1925), è solo espressione dell'eterna lotta tra le razze per la supremazia. La
guerra è l'espressione naturale e necessaria di questa lotta in cui il vincitore,
cioè la razza più forte, ha il diritto di dominare. L'unico scopo dello stato è
mantenere sana e pura la razza e creare le condizioni migliori per la lotta per
la supremazia, cioè per la
guerra. E la guerra è l'unica cosa che può dare un senso più
nobile all'esistenza di un popolo. Di tutte le razze quella cosiddetta
"ariana" o "nordica" è, secondo Hitler, la più creativa e
valorosa, in fondo l'unica a cui spetta il diritto di dominare il mondo.
Tradotto nella realtà
questo significava per Hitler prima l'unificazione del continente europeo sotto
il dominio della nazione tedesca, per cercare poi nuovo spazio vitale all'est,
cioè in Polonia e in Russia. Ma questo doveva essere, come scrive Hitler, solo
il preludio dell'ultima grande sfida, dello scontro finale contro gli Stati
Uniti. É un fatto singolare e molto significativo, che l'andamento reale della
seconda guerra mondiale rispecchia quasi esattamente questa teoria, che Hitler
aveva sviluppato 14 anni prima dell'inizio della guerra. É un esempio lampante
della testardaggine con cui Hitler seguiva le proprie idee e cercava di
applicarle a tutti i costi, una caratteristica che si nota spesso in lui.
Ci sono numerose
contraddizioni e imprecisioni nella teoria razziale di Hitler. Già il concetto
di base, la "razza ariana", è un'assurdità storica. Inoltre Hitler
confonde spesso "razza" con "popolo" o "nazione",
confonde i concetti "tedesco", "germanico" e
"ariano". Ma probabilmente tutto questo non è molto importante per
Hitler, dato che alcuni capitoli più avanti scrive con molta franchezza
"la propaganda non ha il compito di essere vera, ha invece l'unico compito
di essere efficace."
Infatti,
questa propaganda doveva rivelarsi molto efficace. Sicuramente al disoccupato
faceva piacere sentire che in fondo non era un piccolo disgraziato ma uno che
apparteneva a una razza superiore. Parlando del suo futuro Reich Hitler
promette : "Essere uno spazzino in un tale Reich sarà onore più alto che
essere un re in uno stato estero".
L'antisemitismo
Il secondo elemento fondamentale è l'antisemitismo. Per
Hitler gli ebrei non sono una comunità religiosa, ma una razza, e cioè la razza
che vuole rovinare tutte le altre. Mescolandosi con gli altri popoli, gli ebrei
cercano di imbastardirli, distruggendo la purezza della razza e eliminando così
la loro forza, necessaria per la lotta per la supremazia. L'ebreo
è il nemico più pericoloso, è cattivo fino in fondo. Hitler dice : "Gli
Ebrei sono come i vermi che si annidano nei cadaveri in dissoluzione."
L'antisemitismo diventa in Hitler una vera e propria ossessione. Pacifismo,
marxismo, la democrazia, il pluralismo, persino il capitalismo internazionale e
la "Lega
dei popoli", predecessore del ONU, tutto questo è risultato del
lavoro distruttivo e sotterraneo degli ebrei. Hitler: "L'Ebreo è
colui che avvelena tutto il mondo. Se l'ebreo dovesse vincere, allora sarà la
fine di tutta l'umanità, allora questo pianeta sarà presto privo di vita come
lo era milioni di anni fa."
Oggi queste parole
suonano decisamente ridicole, e anche all'epoca molti le ritenevano tali e
vedevano in esse solo uno strumento politico per incanalare la rabbia del
popolo su un capro espiatorio. Ma l'odio di Hitler contro gli ebrei non era
solo strumento politico, era reale con tutto il suo evidente anacronismo e la
sua irrazionalità. Gli orrendi eventi degli anni 1940-1945, quando
l'antisemitismo non poteva più servire come strumento politico, lo dimostrano
in modo spaventoso. E nella lotta contro gli ebrei Hitler si vede come pioniere
di tutta l'umanità: Nell’ aprile del 1945, quando Hitler presagiva già la
propria fine, detta al suo segretario: "Un giorno si ringrazierà il
Nazionalsocialismo del fatto che io ho annientato gli ebrei in Germania e in
tutta l'Europa centrale".
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