venerdì 24 marzo 2017

LETTERATURA

Max Pezzali presenta Zeno: http://www.risorsedidattiche.net/5232-media_secondaria_italiano-video-italo-svevo.php

ITALO SVEVO
Nasce a Trieste nel 1861 da una famiglia della borghesia commerciale di origine ebraica: suo nonno visse in Renania (Germania). Il suo vero nome è Ettore Schmitz: scelse di chiamarsi "Italo" per dichiararsi "italiano"; "Svevo" per mostrare la sua origine tedesca. I primi studi li fece in Germania: fatto, questo, che lo metterà a disagio quando poi scriverà in italiano i suoi romanzi. Svevo non fu solo un romanziere, ma anche un critico letterario, drammatico e musicale, ma ebbe, come critico, poca fortuna, anche se prese come modello il De Sanctis; fu anche uno scrittore di opere teatrali (quasi sempre incomplete e rimaste inedite durante la sua vita) e un novelliere, ma senza successo.
A Trieste s'indirizzò verso studi di economia, frequentando un Istituto superiore commerciale. Il fallimento dell'azienda paterna lo costrinse a diventare nel 1880 un impiegato di banca, pur sentendo forte la vocazione letteraria. In banca lavorerà per 18 anni. Nel frattempo legge alcuni classici tedeschi, italiani e francesi. Notevole è il suo interesse per il filosofo irrazionalista Schopenhauer e per i grandi narratori realisti (Zola, Balzac, Flaubert...). Legge anche Machiavelli, Guicciardini, Boccaccio e De Sanctis. Preferisce gli autori che s'impongono per la concretezza dei loro contenuti più che per la loro proprietà formale e stilistica.
Il suo primo romanzo, Una vita, fu pubblicato a sue spese nel 1892, ma passa inosservato. Narra di un giovane, Alfonso Nitti, venuto dalla provincia a Trieste per impiegarsi in una banca. Egli vive una doppia vita: una da impiegato, di cui non è contento; l'altra da studioso che coltiva sogni letterari. All'inizio le prospettive sembrano buone: Annetta, figlia del proprietario della banca, s'innamora di lui e con lui intraprende la stesura di un romanzo. Quando però Alfonso s'accorge che per Annetta questo impegno era solo un gioco, va in crisi e non sa più come comportarsi. Approfitta di una grave malattia della madre per allontanarsi dal lavoro. Si rende ogni giorno più conto d'essere totalmente incapace di reagire alle situazioni. In seguito alla morte della madre e al fidanzamento di Annetta con un giovane del suo ceto, Alfonso, dopo una spietata autoanalisi, si uccide.
Il protagonista è dunque un inetto, un incapace a vivere la vita: non tanto perché non vuole inserirsi nella società borghese (vuota, superficiale), quanto perché contrappone a questa società un mondo velleitario di sogni irrealizzabili. E' un uomo in cui la paralisi della volontà, il suo stato di ansia e di incertezza hanno il sopravvento sulle critiche che la sua ragione muove alla società. Il romanzo inizia in modo realistico e naturalistico, ma si conclude in maniera psicologica (emotiva).
Nel 1898 pubblica Senilità, ma anche questo non ebbe successo. Il protagonista è Emilio Brentani, un impiegato triestino. Anche lui è un intellettuale con velleità letterarie. S'innamora di Angiolina, una donna dai facili costumi, che lui però crede ingenua e pura. Quando s'accorge dell'errore, spera di recuperarla alla vita onesta, ma non ci riesce. Così cerca una giustificazione (attenuanti) all'atteggiamento della moglie, facendone una vittima della società. Emilio non si suicida ma si toglie la facoltà di desiderare, perché non vede più davanti a sé una realtà da costruire.
Il silenzio che accolse quest'opera lo demoralizzò al punto che per 25 anni non scrisse più niente. D'altra parte Svevo non frequentava i circoli letterari del suo tempo, né partecipava ai movimenti di idee che caratterizzavano l'inizio del secolo. La stessa Trieste era una città con una cultura autonoma, che se di quella italiana sapeva assorbire gli aspetti più realistici, si mostrava anche sensibile agli apporti culturali delle correnti slave e germaniche. Senza questo influsso, non sarebbe potuto nascere il "romanzo analitico" di Svevo: il romanzo cioè che alla rappresentazione oggettiva dei fatti (Verismo) sostituisce quella di una complicata e profonda angoscia esistenziale, sostenuta dalla tecnica del monologo interiore, che è una tecnica di narrazione indiretta e automatica, per cui gli avvenimenti sono presenti solo attraverso il riflesso ch'essi hanno avuto nella coscienza del protagonista.
Per rifarsi dagli insuccessi letterari, impara a suonare il violino e si mette a studiare l'inglese. L'insegnante era James Joyce (conosciuto nel 1905), che più tardi sarebbe diventato il più grande scrittore irlandese e uno dei più grandi del Novecento. A lui lesse Una vita e Senilità, che non dispiacquero a Joyce.
Nel '99 entra come socio nella ditta commerciale del suocero (vernici sottomarine). Dopo la I guerra mondiale (in cui parteggiò idealmente per gli italiani), scrisse l'ultimo suo romanzo, La coscienza di Zeno, che uscì nel 1923 (il libro risente molto delle polemiche intorno alle idee di Freud). Anch'esso in un primo momento venne ignorato. Senonché nel 1925, anche per sollecitazione di Joyce, due critici francesi esaltarono Svevo e l'ultimo suo romanzo, facendolo conoscere a tutta Europa. Due mesi prima, in Italia, anche Montale aveva manifestato la sua ammirazione per La coscienza di Zeno, imponendolo all'attenzione della critica italiana. Gli ultimi anni di Svevo furono quindi abbastanza felici. Morì nel 1928 per un incidente automobilistico.
Ideologia e poetica
A Svevo non è mai interessato rientrare in quelle esperienze culturali italiane volte a superare la crisi post-risorgimentale nella valorizzazione della realtà e dei problemi regionali (ad es. il Verismo). Né gli premeva di ricercare nuovi miti e modelli di comportamento per una borghesia velleitaria o delusa (ad es. Decadentismo, Futurismo, ecc.). Il suo orientamento va piuttosto in direzione di una tematica esistenziale, verso la rappresentazione della solitudine e dell'aridità degli individui che avvertono con disperazione la loro incapacità di aderire alla vita. La sua poetica, in un certo senso, rientra nel vasto movimento decadentistico.
Della vita dell'uomo gli interessano non i rapporti sociali, ma gli impulsi più segreti e oscuri, che paralizzano, ovvero gli aspetti dissociati e contraddittori del pensiero e dell'agire. Nei suoi romanzi appare evidente che la solitudine e l'alienazione dei protagonisti sono manifestazioni di una "malattia mortale" che corrode non solo i singoli individui, ma l'intera società borghese, per cui non c'è alcuna speranza che la situazione possa migliorare. C'è insomma un abisso incolmabile fra la consapevolezza con cui si avverte questa tragedia e la possibilità di un'azione costruttiva: anzi, quanto più è forte la consapevolezza, tanto più è forte l'incapacità di reagire. Svevo e Pirandello, in questo senso, si somigliano molto.
Svevo si inserisce perfettamente in questa scoperta dell'inconscio (fatta da Freud), che è la strada anche di Proust e di Joyce, ed è questa la vera novità del suo romanzo. Svevo s'interessò molto di psicanalisi freudiana, che era stata divulgata negli anni successivi alla I guerra mondiale, ma il suo interesse è caratterizzato da uno spirito polemico e sottilmente ironico nei confronti di questa nuova disciplina. La psicanalisi viene vista come una terapia cui il protagonista dell'ultimo romanzo si sottopone scetticamente, per giungere, quasi contro questa stessa terapia, a ricostruire da solo le motivazioni profonde del suo comportamento.
La coscienza di Zeno (1923)
Il protagonista, più che cinquantenne, è Zeno Cosini, un uomo che non essendo riuscito a smettere di fumare, arriva a farsi rinchiudere in una casa di cura (ove si verificano situazioni comiche: ad es. tentativo di seduzione di una matura infermiera per avere sigarette, sospetti sulla fedeltà coniugale della moglie, sino all'evasione notturna). Il dottore, vista l'inutilità dei primi metodi, lo aveva consigliato di scrivere la propria autobiografia, psicanalizzando se stesso, nella speranza di vederlo guarire. In realtà Zeno, quando inizia a scrivere il romanzo, lo fa in polemica con la terapia del dottore.
Il romanzo, in un certo senso, è come un diario a episodi (i "ricordi") intercalato dal racconto vero e proprio (il "monologo interiore"). Gli episodi principali sono il matrimonio con la seconda delle tre sorelle Malfenti, che non amava, dopo essere stato rifiutato dalle altre due, che amava. Le tappe che lo portano al matrimonio (così come a una relazione adulterina) sono casuali. Pur non avendo tatto, sa tradire la moglie senza destare il minimo sospetto. Ha fortuna negli affari, nonostante la scarsa stima di cui gode presso i parenti. Anzi, salva la posizione finanziaria del brillante cognato Guido, che sembrava destinato al successo. La morte del padre, la cui rievocazione gli suscita più che il dolore un profondo rancore: Zeno ricerca vanamente dentro di sé la commozione che gli appare doverosa nella circostanza, poi si rifugia in una inconsapevole ma comoda ipocrisia, al fine di sentirsi "buono".
Maggiormente analizzata è la malattia di Zeno, con tutti i suoi inutili quanto puntuali proponimenti di smettere di fumare. Zeno si considera "malato", ma la sua malattia è da un lato "immaginaria", dall'altro "reale". Immaginaria perché di comodo, reale perché gli condiziona di fatto tutta la vita. La vera malattia non è il tabagismo (che comunque nel romanzo resta irrisolta), ma l'alienazione, la netta divisione fra la ragione con cui egli analizza criticamente le contraddizioni della realtà e la volontà (i sentimenti) con cui cerca di affrontarle, che resta sempre impotente, conformistica, vuota. Lo scompenso fra la teoria e la prassi si rivela nei gesti con cui egli esprime proprio quello che non vorrebbe. Così, mentre agisce per conseguire un risultato, ne ottiene un altro; quando non s'interessa alle cose o alle persone è la volta che tutto gli riesce. Zeno stesso non sa giudicare se vale di più la furbizia o la fatalità.
In questa condizione la psicanalisi non serve come terapia ma solo come metodo d'indagine dei sintomi della malattia: essa può solo offrire la coscienza dell'alienazione, non l'esperienza del suo superamento. Svevo, in pratica, si serve della psicanalisi per condannare l'ipocrisia della società borghese, ma non offre valide alternative. Le uniche due sono le seguenti: 1) prendere coscienza di questa tragedia umana e limitare le proprie ambizioni o pretese, vivendo più a contatto con le esigenze della natura (ma non nel senso della moglie di Zeno, la quale, nel romanzo, soffre meno di lui, perché vive di più il presente, adeguandosi alla realtà. Secondo Zeno invece la mancata consapevolezza dell'alienazione rende Augusta ancora più malata di lui). 2) L'altra alternativa è offerta dall'ironia, che permette all'uomo di sopravvivere, anche se non in maniera convincente, nelle assurde contraddizioni della società borghese. Svevo si serve anche dello strumento del tempo, nel senso che il fluire del tempo confonde la coscienza, finché ne giustifica le azioni, anche quelle negative. Ecco perché lo psicanalista viene considerato da Zeno come un "uomo ridicolo", che s'illude di poter guarire il suo paziente.


LA COSCIENZA DI ZENO

La coscienza di Zeno è il terzo romanzo di Italo Svevo, scritto dal 1919 al 1922 e pubblicato nel 1923, dopo il lungo silenzio letterario dell’autore. Raggiunge il successo nazionale e internazionale grazie a Eugenio Montale, che in un articolo del 1925 tesse le lodi del romanzo, e a James Joyce, amico di Svevo, che fa conoscereil romanzo in Francia.
Innovativa è la struttura del romanzo, costruito ad episodi e non secondo una successione cronologica precisa e lineare. Il narratore è il protagonista, Zeno Cosini, che ripercorre sei momenti della sua vita all'interno di una terapia di psicoanalisi.

Zeno Cosini, il protagonista dell'opera, proviene da una famiglia ricca e vive nell'ozio ed in un rapporto conflittuale con il padre, che si rifletterà su tutta la sua vita. Nell'amore, nei rapporti coi familiari e gli amici, nel lavoro, egli prova un costante senso di inadeguatezza e di "inettitudine", che interpreta come sintomi di una malattia. In realtà solo più tardi scoprirà che non è lui a essere malato, ma la società in cui vive. I sei episodi della vita di Zeno Cosini sono: Il fumo, La morte di mio padre, La storia del mio matrimonio, La moglie e l’amante, Storia di un’associazione commerciale e Psico-analisi.
Ogni episodio è narrato dal punto di vista del protagonista, e il suo resoconto degli eventi risulta spesso inattendibile; egli presenta la sua versione dei fatti, modificata e resa come innocua in un atto inconscio di autodifesa, per apparire migliore agli occhi del dottor S. (una sorta di secondo padre, sotto i cui occhi recitare la parte del "figlio buono", dei lettori e forse anche ai propri).
Prefazione
È questo uno dei capitoli più importanti, dato che rappresenta una finzione letteraria ben congegnata. Si tratta di poche righe firmate dal dottor S., lo psico-analista che ha in cura Zeno, il quale espone l'origine del libro. A causa dell'ingiustificata interruzione della terapia da parte di Zeno, proprio nel momento in cui essa stava dando i suoi frutti, il dottore, profondamente ferito nel suo orgoglio professionale, decide di vendicarsi del paziente, pubblicando quelle memorie che lui stesso aveva consigliato a Zeno di scrivere come parte integrante della cura. Tali memorie, in cui Zeno ha accumulate menzogne e verità, non sono altro che i capitoli successivi del libro.
È chiaro che questa finzione letteraria è anche una polemica contro la psicoanalisi, una forma di terapia che proprio in quegli anni iniziava velocemente ad affermarsi, soprattutto nell'Impero Austro-Ungarico, di cui Trieste faceva parte. L'iniziale S sarebbe interpretabile come la prima lettera del nome del padre della psicoanalisi, Sigmund Freud, anch'egli un austriaco viennese, ma potrebbe anche riferirsi al cognome dell’autore stesso.
Preambolo
Zeno spiega le difficoltà di "vedere" la propria infanzia e, ogni qualvolta prova ad abbandonarsi alla memoria, cade in un sonno profondo.
Il fumo
Il protagonista parla della sua malattia del fumo, narrando fatti che coprono tutta la sua vita.
Oltre all'inettitudine, il suo grande problema è il vizio del fumo, del quale non riesce a liberarsi. Il protagonista, infatti, ricorda di aver iniziato a fumare già nell'adolescenza a causa del rapporto conflittuale con il padre. A quest'ultimo rubava inizialmente soldi per comprare le sigarette e in seguito, dopo essere stato scoperto, raccoglieva i sigari fumati a metà sparsi per casa. Nonostante più volte si sia riproposto di smettere, non vi riesce e per questo si sente frustrato. I tentativi si moltiplicano, e anche gli sforzi, ma il problema non viene risolto.
Ogni volta che prova a smettere di fumare, Zeno decide di fumare un'«ultima sigaretta» (U.S.) e di annotare la data di questa. Dopo numerosi fallimenti Zeno si rende conto che fumare "ultime sigarette" è per lui un'esperienza piacevolissima, in quanto quelle assumono ogni volta un sapore diverso, causato dalla coscienza che dopo quelle non potrà fumarne più. Zeno indica inoltre il vizio del fumo come causa dei cambiamenti repentini di facoltà universitaria (passa infinite volte da chimica a giurisprudenza).
L’episodio del fumo permette a Zeno di riflettere sulla propria mancanza di forza di volontà e sull'incapacità di perseguire un fine con forza e decisione. Tale debolezza è attribuibile al senso di vuoto che egli sente nella sua vita, e all’assenza nella sua infanzia di una figura paterna che fornisca regole e norme comportamentali.
La morte di mio padre
Zeno rievoca il rapporto conflittuale con suo padre, dando particolare attenzione ai suoi ultimi giorni di vita.
Si tratta di una relazione ostacolata dall'incomprensione e dai silenzi. Il padre non ha alcuna stima del figlio, tanto che, per sfiducia, affida l'azienda commerciale di famiglia a un amministratore esterno, l'Olivi. A sua volta il figlio, che si ritiene superiore per intelletto e cultura, non stima il padre e sfugge ai suoi tentativi di parlare di argomenti profondi.
Il più grande dei malintesi è l'ultimo, che avviene in punto di morte: quando il figlio è al suo capezzale, il padre (ormai incosciente) lo colpisce con la mano. Zeno non riuscirà mai a capire il significato di quel gesto: uno schiaffo assestato allo scopo di punirlo o soltanto una reazione inconscia del padre ammalato? L'interrogativo produce un dubbio che accompagnerà il protagonista fino all'ultimo dei suoi giorni. Alla fine Zeno preferisce ricordare il padre come era sempre stato: "io divenuto il più debole e lui il più forte".
La storia del mio matrimonio
Zeno parla delle vicende che lo portano al matrimonio.
Il protagonista conosce tre sorelle, le figlie di Giovanni Malfenti, con il quale Zeno ha stretto rapporti di lavoro e per il quale nutre profonda stima, al punto che lo vedrà come una figura paterna dopo la morte del padre. La più attraente delle figlie è la primogenita (Ada), a cui il protagonista fa la corte. Il suo sentimento però non è ricambiato, perché ella lo considera troppo diverso da lei e incapace di cambiare, oltre che già promessa sposa a Guido un uomo profondo (che lei ama). Anche dopo il rifiuto, Zeno è sempre attratto dalla sua bellezza esteriore ed interiore.
Tuttavia, ormai deciso a chiedere in sposa una delle sorelle Malfenti, si dichiara ad Alberta che ugualmente lo respinge. Egli finisce quindi per sposare Augusta, la terza delle sorelle Malfenti (quella che meno gli piaceva e che aveva assicurato alle altre sorelle di non sposare mai).
Nonostante questo, il protagonista arriverà a nutrire per la moglie un amore sincero, anche se ciò non gli impedirà di stringere una relazione con un'amante, Carla. Augusta costituisce nel romanzo una figura femminile dolce e tenera, che si prodiga per il proprio marito. In lei Zeno trova la figura materna che cercava e un conforto sicuro mancatogli nell'infanzia.
La moglie e l’amante
Il conflittuale rapporto di Zeno Cosini con la sfera femminile (la sua patologia è stata bollata dallo psicologo come sindrome Edipica) è evidenziato anche dalla ricerca dell'amante. Zeno accenna a tale esperienza come un rimedio per sfuggire al «tedio della vita coniugale».
Quella con Carla Gerco è una «avventura insignificante». Lei è solo una «povera fanciulla», «bellissima», che inizialmente suscita in lui un istinto di protezione. All'inizio Zeno e Carla sono legati da una relazione basata sul semplice desiderio fisico, ma successivamente essa viene sostituita da una vera e propria passione. Anche Carla subisce dei cambiamenti: prima insicura, diventa poi una donna energica e dignitosa e finisce con l'abbandonare il suo amante a favore di un maestro di canto, che Zeno stesso le aveva presentato.
Zeno non smetterà mai di amare la moglie Augusta (che dimostra verso di lui un atteggiamento materno e gli comunica sicurezza). Verso la conclusione del suo rapporto con Carla, invece, maturerà per quest'ultima un sentimento ambivalente che si avvicinerà all'odio.
Storia di un'associazione commerciale
Incapace di gestire il proprio patrimonio, Guido prega Zeno di aiutarlo a mettere in piedi un'azienda. Egli dice a se stesso di accettare per "bontà", ma in realtà lo fa per un oscuro desiderio di rivalsa e di superiorità nei confronti del fortunato rivale in amore che, nel frattempo, ha sposato Ada.
Anche Guido, peraltro, nei ricordi di Zeno appare come un inetto e comincia, per inesperienza, a sperperare il suo patrimonio e a tradire la moglie con la giovane segretaria Carmen, mentre Zeno ha la soddisfazione di essere incaricato da Ada di aiutare e proteggere il marito. Questi, dopo un'ennesima perdita (ha infatti iniziato a giocare in borsa) simula un tentativo di suicidio, per indurre la moglie a sovvenzionarlo con la propria dote. Più tardi ritenterà il colpo astuto, ma (per un banale gioco della sorte) si ucciderà davvero.
Zeno, impegnato a salvarne (per quanto è possibile) il patrimonio, non riesce a giungere in tempo al suo funerale, accodandosi al corteo funebre sbagliato. Per questo è accusato da Ada, divenuta nel frattempo brutta e non più desiderabile per una malattia (il morbo di Basedow), di avere in tal modo espresso la sua gelosia e il suo malanimo verso il marito. Il famoso triangolo matrimoniale termina con tre sconfitte irreparabili, ma anche con l'autoinganno dei tre protagonisti, incapaci di distinguere fra sogno e realtà.
Psico-analisi
Nel capitolo precedente si era concluso il racconto imposto dal medico a Zeno. Questi però lo riprende per ribellarsi al medico, che crede non l'abbia guarito. Zeno tiene un diario, che in seguito invierà al Dottore per comunicargli il suo punto di vista. Il diario di Zeno si compone di tre parti, contrassegnate dalle date di tre giorni distinti negli anni di guerra 1915-1916. Nella riflessione conclusiva, Zeno si considera completamente guarito, perché ha scoperto che la "vita attuale è inquinata alle radici" e che rendersene conto è segno di salute, non di malattia.

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