SBARCO IN NORMANDIA
QUESTIONARIO
6 giugno 1944: operazione Overlord, nome in codice dello sbarco in Normandia
Il luogo dello sbarco dell’operazione Overlord fu scelto durante la conferenza Trident nel maggio 1943 a Washington: venne preferita la Normandia piuttosto che il Pas-de-Calais, in quanto le divisioni tedesche presenti in questa zona erano più numerose e soprattutto perché non vi erano spiagge e porti che consentissero un rinforzo rapido della testa di ponte.
Alla fine del mese di gennaio 1944, Eisenhower stabilì i mezzi che dovevano essere impiegati nell’operazione: tre divisioni aviotrasportate e cinque divisioni trasportate via mare (due americane e tre inglesi). La zona di sbarco si doveva estendere per circa 60 chilometri, dall’estuario del fiume Orne alla costa orientale del Cotentin. Durante la notte precedente l’operazione anfibia, le divisioni aviotrasportate dovevano coprire tutto il settore di sbarco al fine di proteggerlo ai suoi fianchi.
La scelta della Normandia per l’operazione Overlord consentì di ingannare i tedeschi. Con l’operazione Fortitude, lanciata dagli Alleati, si fece credere ai tedeschi ad uno sbarco nel Pas-de-Calais, bloccando così alcune divisioni tedesche in quest’ultimo settore.
D-DAY Sbarco per la vittoria
La decisione di attaccare i nazisti in Normandia porta la data del 6 giugno 1944. Alle 9.33 del mattino le agenzie americane lanciano il primo flash sullo sbarco. Ma per mettere in ginocchio la Germania il prezzo è altissimo: diecimila morti nelle prime 24 ore.
Articolo di Silvio Bertoldi
«Overlord», il Signore: questo è il nome che americani e inglesi hanno scelto per indicare l'operazione di sbarco sul Continente. «Overlord» comincerà quando verrà il momento delD-Day, il Decision Day, o giorno della decisione. Il D-Day viene il 6 giugno 1944, alle 6.30 del mattino, tra nuvole basse e mare di onde lunghe e scure: 2727 navi mercantili, 700 da guerra, 2500 mezzi da sbarco, 1136 aerei inglesi (tra cui una formazione agli ordini del famigerato generale Harris che distruggerà Dresda senza un perché), 1083 aerei americani. Il fronte corre da Le Havre a Cherbourg in Normandia. Una sorpresa per i tedeschi che aspettavano l'attacco sulla Manica, al Pas de Calais, e non vogliono ammettere di essersi sbagliati. Cinque i punti di sbarco, classificati con nomi di fantasia: «Utah» o «Omaha» di pertinenza degli americani a occidente, «Gold», «Judno» e «Sword» per gli inglesi a oriente. Un giorno intero di battaglia sanguinosissima ed è inutile illudersi di salvare il soldato Ryan: di soldati Ryan ne moriranno circa diecimila nelle prime ventiquattr'ore, il prezzo tremendo (peraltro previsto) pagato per una testa di ponte in Europa dopo quattro anni di guerra. Il colpo decisivo per mettere in ginocchio la Germania e sollevare l'Urss dal sostenere da sola il peso del conflitto. Torna alla memoria la promessa di Churchill nella drammatica notte del 2 agosto 1940, quando tutto sembrava perduto: «Ricordate: non ci fermeremo, non ci stancheremo mai, non cederemo mai; l'intero nostro popolo e l'Impero si sono votati al compito di ripulire l'Europa dalla peste nazista e di salvare il mondo dal nuovo Medioevo... e il mattino verrà».
Quel mattino è venuto. È cominciato poco dopo la mezzanotte del 5 giugno, quando sono partiti 60 incursori con il compito di segnalare le zone di atterraggio ai 72 alianti lanciati su Caen, precedendo le divisioni di paracadutisti dei generali Taylor e Ridgway: gli stessi che l'8 settembre sarebbero dovuti scendere su Roma, se un terrorizzato Badoglio non li avesse scongiurati di soprassedere. Poi è toccato alle due Armate, la prima americana di Bradley e la seconda inglese di Dempsey, entrambe agli ordini di Montgomery, l'eroe partito da El Alamein, che ha giurato di concludere la sua corsa solamente a Berlino. Come sarebbe in effetti avvenuto, se ragioni politiche non avessero costretto Eisenhower a imporgli di lasciare la precedenza ai russi.
Alle 9.33 del mattino del 6 giugno le agenzie di stampa americane avevano lanciato il primo flash con l'annuncio dello sbarco, poi era stato letto il proclama di Eisenhower ai soldati. Il generale non aveva fatto economia di parole ed era ricorso a quello che riteneva il tono epico adatto alla circostanza. ...
A Londra, alla Camera dei Comuni, a mezzogiorno Churchill stava illustrando la presa di Roma, avvenuta due giorni avanti. Un segretario gli passò un biglietto, lui lo lesse e, senza alterare il tono della voce, annunciò che la battaglia per liberare l'Europa dal nazismo era cominciata e con l'aiuto di Dio sarebbe continuata fino alla vittoria. Quella sera stessa le truppe alleate erano saldamente attestate nell'entroterra della Normandia e prendeva il via la lunga cavalcata che le avrebbe condotte all'Elba, dopo che Patton ebbe distrutta a Bastogne l'estrema speranza di Hitler di rovesciare la situazione.
Come fu vissuta l'avventura dalle due parti? Il giorno dello sbarco Rommel, capo dell'armata tedesca stanziata in Normandia, non si trovava al suo comando di La Roche-Guyon. Fidando nell'inclemenza del tempo, che lasciava pensare a tutto tranne alla possibilità di uno sbarco, era partito in automobile per la Germania. Andava a festeggiare il compleanno della moglie e le portava in regalo un paio di scarpe francesi. Lo avvertì Speidel, il suo capo di Stato Maggiore e si precipitò verso Parigi a tappe forzate. Capì subito che per tamponare la falla si dovevano spostare le divisioni del Nord verso la zona di Cherbourg, ma per questo occorreva il consenso di Hitler. Il Führer stava dormendo e l’ordine categorico era di non svegliarlo prima di mezzogiorno. Così seppe dello sbarco con dieci ore di ritardo e anzi non volle credere che si trattasse dello sbarco vero, bensì di una manovra degli Alleati, un diversivo a scopo di disturbo. Negò a Rommel di disporre delle truppe richieste e in tal modo diede al nemico una chance di successo mai immaginata. Qualche tempo prima Rommel aveva detto che, quando fosse cominciata la battaglia di Normandia, quello sarebbe stato «il giorno più lungo». Non azzeccò la previsione. Il 6 giugno non fu il giorno più lungo, al cadere della sera era praticamente terminato, con gli Alleati vittoriosi sulla costa.
Per Eisenhower il problema era diverso, legato soprattutto alle condizioni meteorologiche. Dopo una preparazione durata mesi, aveva deciso di attaccare il 5 giugno, perché in quel giorno si presentavano le condizioni ideali di luna, di marea e di vento che, se lasciate passare, si sarebbero ripetute soltanto il mese successivo. Non si poteva restare tanto tempo in sospeso, dunque o subito o chissà quando. Ma una bufera implacabile cominciò a imperversare sulla Manica e rese impossibile la partenza delle navi. Già da venerdì 2 giugno si erano scatenati gli elementi e fu necessario rinviare. Dopo lunghe ore di attesa spasmodica il meteorologo inglese, colonnello Stagg, la sera del lunedì annunciò che il 6 mattina si sarebbe presentata la possibilità di uno spiraglio di qualche ora. Si trattava di cogliere quella problematica occasione, con il pericolo che tutto cambiasse di nuovo. Eisenhower decise di rischiare. Le truppe erano imbarcate da giorni, non era possibile tenerle ancora «prigioniere» nelle navi. Vi fu un'ulteriore consultazione e poi, sulla fede nelle previsioni di Stagg, l'annuncio: «OK si parte». Era il D-Day, il giorno della decisione.
Stagg, l'oscuro eroe della grande avventura, aveva lavorato senza un attimo di sosta per decifrare le sue carte del tempo e indovinare il momento magico per l'attacco. Così era avvenuto, la schiarita c'era stata. Quando le navi furono partite e i comandi svuotati diventarono silenziosi, Stagg si ritirò nel suo accantonamento, si gettò vestito su una branda e dormì dodici ore filate.
PEARL HARBOR
QUESTIONARIO
1) Come mai gli americani non si aspettavano l'attacco da parte dei giapponesi? Come erano le loro relazioni in quel periodo?
2) Dove si trova Pearl Harbor?
3) Cosa c'era a Pearl Harbor? Per quale ragione i Giapponesi pensarono di attaccare proprio Pearl Harbor?
4) Come mai non viene dato l'allarme quando i radaristi vedono una squadriglia di aerei avvicinarsi?
5) Cosa significava il messaggio "Tora tora"?
6) Quali e quante navi furono perdute dagli americani?
7) Quali perdite furono più consistenti, invece?
8) Cosa dice Roosevelt nel suo discorso?
Nel dicembre del 1941 i giapponesi attaccarono a tradimento la base americana mentre il governo Usa stava trattando con Tokyo per evitare la guerra.
C'era una grande tranquillità la domenica mattina del 7 dicembre 1941 nella base navale americana di Pearl Harbour, nelle Hawaii. Sulle navi si svolgeva il canonico rito dell'alzabandiera, a terra iniziava la funzione domenicale, la maggior parte dei soldati si svegliava per vivere un'altra giornata di ordinaria routine. La sorveglianza era molto allentata ed approssimativa. Nelle settimane precedenti più volte la base era stata in allerta dato che veniva considerata un possibile bersaglio per un eventuale attacco giapponese. Tuttavia in quel periodo fra USA e Giappone si stavano svolgendo colloqui diplomatici che sembravano far presagire ad una risoluzione pacifica dei contenziosi che da tempo dividevano le due potenze, in passato amiche, e divenuti molto aspri soprattutto dopo la totale invasione della Cina e l'occupazione dell'Indocina da parte del Giappone. Il 20 novembre dall'Impero del Sol Levante era stata inviata una nota diplomatica agli USA (il cosiddetto "memorandum") da parte del capo del governo giapponese, in carica da poche settimane, generale Tojo, in cui ci si dichiarava disposti solo ad una evacuazione della zona meridionale dell'Indocina. Agli Usa ciò non bastava, ne volevano lo sgombero totale, e tuttavia quella nota di Tokjo fece ancora ritenere possibile arrivare ad un accordo.
Ma negli USA si era all'oscuro che, prima ancora di ricevere una risposta, i Giapponesi avevano cominciato a tutelarsi, dal loro punto di vista, radunando nelle isole Kurilii un complesso navale con quasi 400 aerei imbarcati pronto ad attaccare proditoriamente una base americana, secondo un piano pensato da tempo. Le unità navali vennero fatte partire il 26 novembre, direzione: Pearl Harbor, Hawaii. Era però stabilito che in caso di un eventuale punto di intesa trovato con gli USA, il complesso navale sarebbe stato fatto rientrare. Proprio nella giornata del 26 Cordell Hull, Segretario di Stato americano, inviò a Tokjo la attesa risposta : gli USA con toni fermi, ma ancora disposti al dialogo si dichiaravano convinti che fosse necessario che il Giappone abbandonasse in toto sia l'Indocina sia la Cina.Hull concludeva dicendosi fiducioso in una risposta nipponica, ma questa volta i Giapponesi risposero con 389 aerei contro le Hawaii. Infatti le proposte di Hull vennero giudicate come un "ultimatum", il Giappone non avrebbe continuato i colloqui se gli Americani non rivedevano le loro posizioni; e così le navi proseguirono il loro viaggio verso Pearl Harbor. Il 1° dicembre la Conferenza Imperiale Giapponese dette poi il definitivo placet all'azione militare. Tuttavia alle Hawaii il clima era di generale ottimismo, tante volte in passato si era stati in allerta e tante volte niente era successo. Ci si illudeva che ancora un accordo fosse più che probabile, vi era una generale e gravissima sottovalutazione del pericolo, l'errata convinzione che questa volta la guerra sarebbe rimasta un affare europeo.
Così quella mattina del 7 Dicembre le protezioni che normalmente dovevano essere attivate non c'erano. Batterie contraeree non si trovavano in posizione, le navi stavano ormeggiate senza alcuna consistente artiglieria a bordo, le stazioni di tiro e i depositi di munizioni erano incustoditi. Sulla base c'erano oltre 300 aerei tenuti ala contro ala e perciò impossibilitati ad un decollo fulmineo in caso di improvviso pericolo. Solo poche decine si trovavano in posizione pronta al decollo. Inoltre il sistema di protezione dato dai radar era ancora incompleto. Eppure verso le 6.45 della mattina, 2 operatori radar posizionati sul monte Opana scorsero l'avvicinarsi di una non meglio identificata squadriglia aerea proveniente da nord. Il loro superiore, tenente Tyler, saputo dell'avvistamento non ritenne di doversi preoccupare troppo. Da giorni a Pearl Harbor si attendevano 12 fortezze volanti amiche che sarebbero giunte dall'America, sicuramente il rilevamento radar si riferiva a loro.. E tuttavia i due giovani ...gli operatori vedevano con chiarezza che quelle presunte fortezze volanti americane venivano da nord, come potevano giungere direttamente dagli USA? E soprattutto non sembravano davvero essere solo 12!. Ma non fu dato alcun allarme, in fin dei conti già troppe volte in passato ci si era agitati per nulla, perché' guastare quella domenica mattina , di norma adibita al riposo per i soldati? Peccato però che quelli fossero tutt'altro che aerei amici e che tantomeno fossero 12. Erano bensì 183 aerei giapponesi (43 caccia Zero, 40 aerosiluranti, 51 bombardieri in picchiata e 49 bombardieri in quota) decollati da 6 portaerei arrivate indisturbate nei pressi di Pearl Harbor. Era la prima ondata di attacco giapponese, sotto il comando del capitano Fuchida. Alle 7.55 in punto furono sopra la base, riuscendo, come da sempre auspicato, a cogliere di sorpresa il "nemico": così, 5 minuti prima delle 8, furono i primi missili giapponesi a risvegliare la base dal torpore ed a gettarla nel panico più totale. L'addestramento dei piloti giapponesi era perfetto, tutti sapevano con estrema precisione dove e come colpire. Erano tutti veterani della guerra contro la Cina e nei mesi precedenti il 7 dicembre innumerevoli erano state le simulazioni effettuate nella base di Kagoshima.
Pochi minuti dopo l'inizio dei bombardamenti il Colonnello Fuchida pote' entusiasticamente lanciare alla portaerei Akagi il messaggio convenzionale, divenuto poi celeberrimo: "Tora, tora, tora", che stava a significare la riuscita dell'impresa di cogliere alla sprovvista il nemico. Sulla base dopo l'iniziale sconcerto i militari americani cercarono di reagire, pur con tutte le difficoltà derivanti da una spaventosa grandine di bombe e siluri. Numerosissimi furono quelli che si immolarono in un tentativo disperato di difesa cercando di correre verso le stazioni di tiro e i depositi di munizioni colpevolmente lasciati incustoditi in precedenza. Da piste secondarie della base decollarono, senza essere abbattuti, solo 7 aerei che comunque ottennero il non secondario risultato di riuscire ad eliminare i 4 sommergibili tascabili giapponesi (uno di essi come detto era stato affondato alle 6.43 del mattino). Anche la reazione degli equipaggi delle navi fu prontissima e di sicuro valse ad evitare un disastro ancora maggiore: in pochi minuti si cercarono di attivare le batterie contraeree e di rivolgerle contro i velivoli nipponici e soprattutto, come i Giapponesi avevano previsto, si cercò di far fuggire più navi possibili al largo. Fu così che numerose unità americane si salvarono, perché' lo sbarramento dei sommergibili giapponese non dette il risultato auspicato ed anzi non era ancora completo. La prima ondata di attacco restò sopra Pearl Harbor per 35 minuti, al suo ritiro gli Americani avevano di fatto perso definitivamente solo una corazzata (la Arizona) ma numerose erano le unità gravemente danneggiate.
Tuttavia i Giapponesi ritennero erroneamente che tali unità fossero ormai perdute quando in realtà molte di esse pur menomate non sarebbero mai affondate visti i bassi fondali dell'isola. Alle 8.54 furono scagliati su Pearl Harbour altri 167 aerei. La nuova ondata nipponica restò per un'ora sulla base incontrando però una maggiore resistenza degli Americani: così anche i Giapponesi dovettero subire perdite aeree (alla fine furono 29 gli aerei nipponici non tornati alle portaerei). Tuttavia per la corazzata Oklahoma, già danneggiata, e per la nave bersaglio Utah non ci fu niente da fare: vennero definitivamente eliminate. Queste si rivelarono però le sole vere ed irrimediabili perdite navali per la flotta del Pacifico statunitense. I Giapponesi ebbero l'errata convinzione di aver , nonostante non le avessero viste affondare, messo fuori uso tutte le navi colpite (che in totale furono 18). Ma gli Americani, nelle ore dopo l'attacco, decisero che quelle navi, pur devastate da bombe e siluri, potevano, anzi dovevano, essere recuperate. Alla resa dei conti dunque le perdite navali furono meno tragiche di quanto si poteva pensare.
Molto più gravi furono invece le perdite aeree; ben 188 velivoli vennero distrutti costituendo , per la loro disposizione ala contro ala, dei bersagli molto facili per il preciso tiro giapponese. E pesante fu pure il bilancio dei morti fra i militari e i civili della base: 3405 ai quali andavano aggiunti oltre 1000 feriti.
IL DISCORSO DI ROOSEVELT
"Ieri, 7 Dicembre 1941, una data segnata dall'infamia, gli Stati Uniti d'America sono stati improvvisamente ed intenzionalmente attaccati dalle forze aeree e navali dell'Impero del Giappone. Gli Stati Uniti erano in pace con questo paese, e su richiesta del Giappone, erano ancora in contatto con il suo Governo e il suo Imperatore nel tentativo di mantenere la pace nel Pacifico. In realtà, un'ora dopo che le squadriglie aeree giapponesi avevano iniziato il bombardamento a Oahu, l'Ambasciatore giapponese negli Stati Uniti e il suo collega hanno consegnato al Segretario di Stato una risposta formale al recente messaggio americano.
Sebbene questa risposta affermava che sembrava inutile proseguire i negoziati diplomatici in corso, non conteneva alcuna minaccia o accenno di guerra o di attacco armato. Tenuto conto della distanza delle Hawaii dal Giappone risulta evidente che l'attacco è stato intenzionalmente pianificato con molti giorni se non addirittura settimane di anticipo.Nel frattempo, il Governo Giapponese ha intenzionalmente cercato di ingannare gli Stati Uniti facendo dichiarazioni false ed esprimendosi al favore del proseguimento della pace. L'attacco di ieri alle Isole Hawaii ha arrecato un grave danno alle forze militari e navali americane. Un numero ingente di vite americane sono state perse. E' stato inoltre comunicato che le navi americane sono state attaccate con siluri in alto mare tra San Francisco e Honolulu .
Ieri il governo Giapponese ha attaccato anche Malaya.
Ieri notte le forze giapponesi hanno attaccato Hong Kong.
Ieri notte le forze giapponesi hanno attaccato Guam.
Ieri notte le forze giapponesi hanno attaccato le Filippine.
Ieri notte le forze giapponesi hanno attaccato l'Isola di Wake.
Questa mattina i giapponesi hanno attaccato l'Isola di Midway.
Pertanto, il Giappone ha intrapreso un'offensiva a sorpresa estesa a tutta l'area del Pacifico.
Gli accadimenti di ieri parlano da soli. Il popolo degli Stati Uniti si è già fatto un'idea ed è ben conscio delle implicazioni per la stessa vita e la salvezza della nostra nazione.In qualità di Comandante in Capo dell'Esercito e della Marina, ho dato disposizioni affinché venissero adottate tutte le misure per le nostra difesa. Rimarrà per sempre nelle nostre menti l'attacco furioso nei nostri confronti. Non importa quanto tempo occorrerà per riprenderci da questa invasione premeditata, il popolo americano con tutta la sua forza riuscirà ad assicurarsi una vittoria schiacciante. Ritengo di farmi interprete della volontà del Congresso e del popolo quando affermo che non solo ci difenderemo fino all'ultimo ma faremo quanto necessario per essere sicuri che questa forma di tradimento non ci metta mai più in pericolo. Le ostilità esistono. Siamo coscienti del fatto che il nostro popolo, il nostro territorio i nostri interessi siano in serio pericolo.
Accordando fiducia alle nostre forze armate, e con la sconfinata determinazione del nostro popolo, raggiungeremo l'inevitabile vittoria, in nome di Dio. Chiedo che il Congresso dichiari lo stato di guerra tra gli Stati Uniti e l'Impero giapponese, a seguito dell'attacco non provocato e codardo del Giappone di Domenica 7 Dicembre 1941.
Il Congresso, da sempre neutralista, supero' ogni remora e dichiaro' guerra al Giappone. Tre giorni dopo furono Germania e Italia (alleate col Giappone nel Patto Tripartito) a dichiarare guerra agli USA. Ora si poteva davvero parlare di guerra mondiale. Con le sue parole Roosevelt volle mettere in evidenza il cinismo nipponico, rivelando come solo ad attacco iniziato l'ambasciatore giapponese negli USA avesse consegnato la nota con la quale la sua nazione rispondeva alle proposte del 26 novembre di Hull
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