La mattina del 16 marzo 1978, giorno in cui il nuovo Governo
guidato da Giulio Andreotti stava per essere presentato in Parlamento per
ottenere la fiducia, l'auto che trasportava Aldo Moro dalla sua abitazione alla
Camera dei deputati fu intercettata e bloccata in via Mario Fani a Roma da un
nucleo armato delle Brigate Rosse.
In pochi secondi, sparando con armi automatiche, i
brigatisti rossi uccisero i due carabinieri a bordo dell'auto di Moro (Oreste
Leonardi e Domenico Ricci), i tre poliziotti che viaggiavano sull'auto di
scorta (Raffaele Iozzino, Giulio Rivera e Francesco Zizzi) e sequestrarono il
presidente della Democrazia Cristiana.
Dopo una prigionia di 55 giorni, durante la quale Moro fu
sottoposto a un processo politico da parte del cosiddetto «tribunale del
popolo» istituito dalle Brigate Rosse e dopo aver chiesto invano uno scambio di
prigionieri con lo Stato italiano, Moro fu ucciso.
Il suo cadavere fu ritrovato a Roma il 9 maggio, nel
bagagliaio di una Renault 4 parcheggiata in via Caetani, una traversa di via
delle Botteghe Oscure, a poca distanza dalla sede nazionale del Partito
Comunista Italiano e da Piazza del Gesù, sede nazionale della Democrazia
Cristiana., al termine di 55 giorni di prigionia.
Tali 55 giorni furono caratterizzati da indagini spesso
senza costrutto, lunghi dibattiti politici sull'opportunità di trattare per la
liberazione dell'ostaggio, pubblicazioni di messaggi delle BR e lettere dello
stesso Aldo Moro. Alcuni dati quantitativi[1] rendono l'idea della imponente,
seppur risultata inutile, risposta messa in atto dallo Stato:
72.460 posti di
blocco (6.296 nei pressi di Roma)
37.702
perquisizioni domiciliari (6.933 a Roma)
6.413.713 persone
controllate (167.409 a Roma)
3.383.123 ispezioni di autoveicoli (96.572 a
Roma).
Alla notizia del rapimento scattano i blocchi stradali. La
macchina dei rapitori verrà trovata pochi minuti dopo non lontano dal luogo del
rapimento stesso. Appresa la notizia, operai, studenti, cittadini in tutta
Italia scendono in sciopero e danno vita a manifestazioni in risposta agli
appelli dei partiti e del sindacato a mobilitarsi contro il terrorismo. Tutti i
giornali escono in edizione straordinaria annunciando e condannando il
sequestro del presidente della DC e l'uccisione della sua scorta.
Lo scopo dichiarato delle BR era generale e rientrava nella
loro analisi di quella fase storica: colpire la DC («regime democristiano»),
cardine in Italia dello Stato imperialista delle multinazionali. Quanto al PCI,
esso rappresentava non tanto il nemico da attaccare quanto un concorrente da
battere[18]. Nell'ottica brigatista, infatti, il successo della loro azione
avrebbe interrotto «la lunga marcia comunista verso le istituzioni», per
affermare la prospettiva dello scontro rivoluzionario e porre le basi del
controllo BR della sinistra italiana per una lotta contro il capitalismo. Le
Brigate Rosse proposero, attraverso il comunicato n. 8, di scambiare la vita di
Moro con la libertà di alcuni terroristi in quel momento in carcere, il
cosiddetto «fronte delle carceri», accettando persino di scambiare Moro con un
solo brigatista incarcerato, anche se non di spicco, pur di poter aprire
trattative alla pari con lo Stato. Secondo il fronte della fermezza, la
scarcerazione di alcuni brigatisti avrebbe costituito una resa da parte dello
Stato
Lettere
dalla prigionia
« Caro Zaccagnini,
scrivo a te, intendendo rivolgermi a Piccoli, Bartolomei,
Galloni, Gaspari, Fanfani, Andreotti e Cossiga ai quali tutti vorrai leggere la
lettera e con i quali tutti vorrai assumere le responsabilità, che sono ad un
tempo individuali e collettive. Parlo innanzitutto della D.C. alla quale si rivolgono
accuse che riguardano tutti, ma che io sono chiamato a pagare con conseguenze
che non è difficile immaginare. Certo nelle decisioni sono in gioco altri
partiti; ma un così tremendo problema di coscienza riguarda innanzitutto la
D.C., la quale deve muoversi, qualunque cosa dicano, o dicano nell'immediato,
gli altri. Parlo innanzitutto del Partito Comunista, il quale, pur nella
opportunità di affermare esigenze di fermezza, non può dimenticare che il mio
drammatico prelevamento è avvenuto mentre si andava alla Camera per la
consacrazione del Governo che m'ero tanto adoperato a costituire. »
(Lettera a Benigno Zaccagnini recapitata il 4 aprile.)
« Il papa ha fatto pochino: forse ne avrà scrupolo. »
(Lettera alla moglie Eleonora del 5 maggio 1978.)
« Siamo ormai credo al momento conclusivo... Resta solo da
riconoscere che tu avevi ragione... vorrei restasse ben chiara la piena
responsabilità della DC con il suo assurdo e incredibile comportamento... si
deve rifiutare eventuale medaglia... c'è in questo momento un'infinita
tenerezza per voi... uniti nel mio ricordo vivere insieme... vorrei capire con
i miei piccoli occhi mortali come ci si vedrà dopo. Se ci fosse luce sarebbe
bellissimo. »
(Lettera alla moglie Eleonora del 5 maggio 1978.)
Durante il periodo della sua detenzione, Moro scrisse 86
lettere ai principali esponenti della Democrazia Cristiana, alla famiglia e
all'allora Papa Paolo VI (che avrebbe poi presenziato alla solenne messa
funebre di Stato nella basilica di San Giovanni in Laterano, peraltro celebrata
senza il feretro del cadavere, negato dalla famiglia in polemica con la
conduzione della vicenda). Alcune arrivarono a destinazione, altre non furono
mai recapitate e vennero ritrovate in seguito nel covo di via Monte Nevoso.
Attraverso le lettere Moro cerca di aprire una trattativa con i colleghi di
partito e con le massime cariche dello Stato.
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